Quel “Toro” rinchiuso nella… Parasta!

Scritto da: Simone il 9 November 2011 – 10:27

Fig. 1 - Parte (sinistra) del secondo livello della facciata di S. Domenico a Nardò

Abbiamo seguito con particolare interesse, la probabile lenta ‘costruzione’ di quell’affascinante plastico-volumetrica che viene definita come  la ‘colonna inglobata’. Il Riccardi l’adotta nei quattro sostegni del Sedile, nell’angolo al lato destro della facciata di S. Croce a ed è usata sulla facciata della cattedrale di Squinzano. Una possibile variante, dell’episodio plastico originalissimo può ritrovarsi, sapendolo leggere, nell’esterno dell’abside di Minervino. Lo stesso tamburo della cupola di S. Croce è trattato in questo modo, ma anche il tamburo della cupola di S. Maria delle Grazie a Campi Salentina, non ultima la gentile e raffinata soluzione dell’abside esterno della chiesa di a S. Nicola Vescovo, a Cursi (antica chiesa greca). Queste, dunque, sono le ‘eventuali’ possibili declinazioni della “colonna inglobata”. Le origini artigianali e le varianti tipologiche sono state contestualizzate e storicamente, inserite in quella che ho definito, come prassi concettualmente appartenente ad una “filologia antiquaria”, di cui la nostra terra si è dimostrata attenta e colta collezionista. Ritengo perciò possibile una lettura, non geometrica, ma ‘plateresca’ (termine tradotto – “alla maniera degli orafi”) della soluzione, proprio osservando uno dei grandi ovuli, in particolare  l’attacco ‘plastico’ della colonna, al pilastro che la contiene. Infatti, solo una perfetta gestione della materia lapidea, unita ad una fervida e passionale creatività poteva forgiare una raffinata, organica, forse ‘carnale’, di questo tipo). Naturale l’idea che, il ‘risvolto’ dell’angolo “a colonna inglobata”, della facciata di S.Croce,  avrebbe suggerito funzionalmente, i quattro appoggi angolari, quasi delle ‘paraste binate ripiegate’ che formano un pilastro ‘trasparente’, del ‘ciborio’ in stile catalano/veneziano del Sedile in piazza S. Oronzo a .

 

Fig. 2 - A sinistra il particolare “geometrico” del tamburo della cupola di S. Croce a Lecce.

A destra il particolare, ritengo “palateresco – tradotto alla maniera degli orafi”, trattato come il particolare di un’armatura o l’articolazione di una scultura umana, della colonna inglobata posta in angolo, rispetto alla facciata.

A maggior ragione ritengo di notevole importanza anche lo studio del rapporto tra quadri programmatici ideologici ed i loro progetti iconografici, rispettosi degli ‘ordinamenti dati’ dalla Chiesa per i suoi templi. Era una questione ‘persuasiva/pervasiva’ che si muoveva tra il rispetto di un ‘ordine’ stabilito centralmente e l’adeguamento ‘modificabile’ a seconda delle circostanze locali da adattare alle tradizionali del posto. Da qui, la tendenza artistica, legata saldamente all’artigianalità delle opere, assimilate da tanti ‘modelli di viaggio’ e assorbiti dall’ottima manualità locale. Non dimentichiamo però che ci sono altri fattori, per nulla secondari, capaci di dinamizzare, se non reinventare o addirittura creare, ambiti di discussione e rinnovamento dei linguaggi espressivi artistici. Torno a ricordare che, ad esempio, Ambrogio Salvio, è vescovo, domenicano a Nardò, proprio a cavallo della Battaglia di Lepanto. Dal 1569 al 1577 la sua figura giganteggia nel Salento. Il personaggio è organizzatore a Otranto, del sinodo che cercherà di far recepire , nelle indie italiane, quelle regole conseguenti al complesso Concilio di Trento. Amico del Papa Pio V, il Salvio inizia la ‘limitazione’ del rito greco e, molto probabilmente, secondo i dettami dell’ordine monastico a cui apparteneva, “inglobandone” e ri-simbolizzandone significati, termini scultorei ed architettonici. Rinnova oltreché culturalmente anche urbanisticamente gli ambiti domenicani di Galatone, Muro Leccese e, a Nardò, compie una vera e propria importante innovazione nella diocesi. Prima di Nardò, il Salvio è a durante il sacco (1527) e, per comprendere la grande passione e l’intellettuale caratura dell’uomo, preserva dal saccheggio, numerosi arredi sacri e oggetti preziosi della chiesa gotica domenicana della Minerva, partecipa all’Inquisizione di Como col Ghislieri, futuro Papa, poi è a Napoli come priore presso S. Pietro Martire dove si dedica a creare forme di arredo religioso.
Quindi, la presenza d’illustri personaggi alternatisi alla guida delle istituzioni civili o religiose, nella storia del Salento, hanno aggiunto proprie esperienze e passioni, nuovi sistemi e metodi di organizzazione a volte fondamentali per la completezza del paesaggio culturale e artistico della nostra zona. A tutto questo sommiamo, l’incessante passaggio, per queste terre, di flussi commerciali (ricordo che la Repubblica veneziana, ‘approdava’ comodamente nella maggior parte dei territori, dalle Fiandre al bacino del mediterraneo: Tunisi, Tripoli, Malta, Corfù, Alessandria, Cipro, e da Costantinopoli nel Mar Nero), quindi, la presenza di una forte comunità a Lecce, era fisiologica per la presenza di popoli e oggetti ‘nomadi’ che, nel tempo e grazie alle rotte commerciali, si spostavano per terra e per mare ed, a maggior ragione, dopo la battaglia di Lepanto (1571) uomini, mezzi, razze, merci, stoffe, cibi, spezie, armi, attrezzi, collegavano feudi e corti, che a loro volta attiravano artisti e costruttori, ma soprattutto la presenza dei vari ordini monastici e l’organizzazione dei diversi monasteri e chiese, polarizzavano una quantità considerevole di necessari  arredi religiosi, quindi, cibori, tabernacoli, evangelari, reliquiari, cenotafi, retablos, piviali, pastorali e arredi sacri (altare, arca, pulpito, paliotto, candelieri, calici, leggii, colonne candelabre), oppure miniature per corali, polittici, cammei di avorio o alabastro, augustales. Tali ‘oggetti’ venivano costantemente, come un immenso catalogo, sottoposti, dagli artisti locali, ad una glittica fantasiosa e flessibile, sovente re-interpretata e ri-adeguata ai bisogni. Essa cristallizzava, l’operosità e l’uso della tecnica nel tempo, mutando continuamente l’oggetto d’arte. Ecco perché, per esempio, un tabernacolo poteva assolvere a modello per la facciata di un tempio (e viceversa). Ma soprattutto non possiamo sottovalutare lo spostamento della ‘trattatistica’. Documenti e manuali, infatti, con apparati teorici architettonici e descrizioni dettagliate di modelli già consolidati e culturalmente definiti, distribuivano idee e guidavano a nuovi significati. Processi costruttivi, schemi iconografici ben organizzati, includevano le possibili trasformazioni e le varianti da decidere in loco. E’ fondamentale ricordare ad esempio che per una parte della facciata di S. Croce a Lecce, in particolare, la sontuosa, spettacolare, scenografica, balconata, sostenuta dai telamoni, si sia fatto riferimento alla manualistica di Cesare Cesariano (in particolare, il suo testo nel 1521 con disegni e schemi) del porticus persica, esattamente applicando però la variante “E”, rispetto alle “M” o “N”, mentre la variante “F”, diventa modello di partizione con ‘cariatidi’, comune ai ‘cenotafi’ salentini. Questa indicazione, è da considerare fondante, per quel messaggio di eleganza scultorea, ma soprattutto a conferma dell’aggiornamento artistico e la colta competenza, sia dell’artista, sia dei suoi committenti. La cultura, la creatività e la tecnologia cantieristica del tempo, testimoniano l’alto livello dei ‘mastri costruttori’ e, ancor meglio, il progetto del messaggio che l’ doveva comunicare secondo i committenti.

Procedendo dal particolare, al discorso generale d’altronde, non è forse un’interessante esercitazione intellettuale (certo non speculativa, ma didattica) quella d’immaginare l’episodio della “colonna inglobata”, come un prodotto architettonico/antiquario, magari riflettendo sulla domanda:

cosa succede quando i bastoncini che partono dall’imoscapo, non si fermano al terzo medio della colonna rudentata, ma raggiungono il sommoscapo colmando l’incavo longitudinale della scanalatura? Il particolare costruttivo che ne consegue, determina effettivamente un ‘episodio’ architettonico/antiquario, certamente ‘assonante’ alla cosiddetta “colonna inglobata” riccardesca, ma solo ‘assonate’, in quanto l’operosità ‘orafa’,poi,  faceva il resto.

(Scanalatura – incavo operato in senso longitudinale sul fusto della colonna. Imoscapo - parte inferiore del fusto della colonna. Sommoscapo – parte superiore del fusto di una colonna. Bastoncino – elemento convesso di riempimento delle scanalature deriva dall’indicare le aste delle lance (ritengo però valida anche l’idea di fluidi che riempiono le scanalature degli altari ‘memori’ dei fluidi sacrificali per il cui fine, l’ dei templi, nasce). Colonna rudentata – con scanalature riempite fino a un terzo di altezza dalla base, da una modanatura a bastoncino.)

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Un Patrimonio da conservare

Scritto da: Andrea il 10 November 2009 – 12:50

Illustrare le norme per il recupero e la riqualificazione del patrimonio storico, architettonico in terra cruda è l’obiettivo delle quattro giornate di studio in programma dal 9 al 12 novembre prossimi, nei locali dell’ex mattatoio a .

L’iniziativa è promossa dall’associazione nazionale Città della terra cruda e dalla Facoltà di dell’ di , ed è inserita nel cartellone delle manifestazioni organizzate dall’Unesco per la “Settimana di educazione allo sviluppo sostenibile – ”.
Il preside della Facoltà di Architettura, ha sottolineato l’importanza di “preservare le abitazioni in terra cruda che rappresentano un patrimonio storico e culturale di prima importanza che purtroppo si va perdendo”.

“Durante il seminario – ha spiegato Walter Secci, segretario organizzativo dell’associazione Città della Terra Cruda alla quale aderiscono comuni e dell’Abruzzo, Marche e Piemonte – illustreremo ad amministratori, tecnici, , geometri e ingegneri il disciplinare per il recupero di fabbricati in terra cruda contenuto nel manuale stilato ad hoc dalla su indicazione della Regione. Chiederemo inoltre agli enti locali di adottare le prescrizioni contenute nel documento”.
L’iniziativa “Recupero e valorizzazione del patrimonio storico e architettonico terra cruda” si terrà nei locali dell’ex mattatoio, in via Nazionale 270.

Saranno presentati due manuali sul recupero curati dal dipartimento di Architettura, destinati alle amministrazioni pubbliche, ai tecnici, progettisti e imprese. In Sardegna sono oltre 200 gli insediamenti urbani rappresentati da piccolo raggruppamenti di edifici sotto i 10mila abitanti, concentrati nell’entroterra.

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GGAF delinea tre progetti concettuali per Firenze

Scritto da: Andrea il 4 June 2009 – 09:20

, capoluogo toscano, è considerata uno dei luoghi più belli d’Europa. Per mantenerne intatta la ed il contesto storico si compiono numerosi sforzi, tuttavia nessuna città può rimanere statica. Cercando di indurre una riflessione critica sull’ della loro città, il Gruppo Giovani di Firenze, , ha delineato tre concettuali che coinvolgono tre dei luoghi più visitati.

La cattedrale di Firenze, costruzione iniziata nel 1296, è un gioiello gotico dalla facciata in marmo. La volta, fornita di un ampio spazio per i visitatori, è la più grande che sia mai stata costruita in mattoni. “Una risposta provocatoria e quasi terapeutica alla domanda su come si possa catapultare Firenze nel 21esimo secolo è proprio far sparire quella volta” afferma il GGAF, ” se per un anno o due vi applicassimo una pittura futuristica facendola scomparire, saremmo costretti a osservare come la cattedrale apparirebbe in qualche modo incompleta, così come la stessa Firenze. In questo modo, lo sconvolgimento psicologico si presenterebbe come una spinta in avanti e rimuoverebbe molte inibizioni”.

“La è un magnifico museo, uno dei più importanti del ” afferma il GGAF, “ma quasi lo si osserva in uno spazio che manca della capacità di rifletterne la fama”. La loro idea è di costruire un tetto nell’atrio che prolunghi la galleria oltre la grande piazza, creando uno spazio unico nel quale potersi stupire dell’interazione tra antico e moderno.

Infine, GGAF, prende ispirazione dal , un ponte medievale che attraversa il fiume Arno, dando risalto ad uno dei più importanti edifici di Firenze, la Biblioteca Nazionale Centrale. “La Libreria Nazionale è un’eredità di inestimabile valore, sia per la sua completezza che per il valore dei documenti storici che custodisce” sostiene il gruppo “oggigiorno però è sull’orlo del collasso: deprivata di fondi, di spazio e di personale”. GGAF propone una nuova struttura che rifletta l’importanza di questa istituzione, attraversando il fiume come un ponte, creando un audace punto focale. “Vogliamo dare un nuovo spazio ed una nuova visibilità ad un’istituzione che dovrebbe essere uno dei pilastri dell’identità di Firenze, ma anche restaurare la dignità di questa città in modo che questa possa nuovamente affermarsi come un’eccellenza nel panorama culturale mondiale.

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ARTS AND CRAFTS E CITTA’ GIARDINO

Scritto da: Simone il 25 February 2009 – 13:59

Il fenomeno “Arti e mestieri” risulta storicamente indecifrabile se non viene relazionato alla passione neogotica che anima l’Europa sin dai primordi dell’Ottocento trovando il massimo teorico nel francese Eugene Viollet le Duc.

I principali esponenti del movimento Arts and Crafts sono William Morris e Frank Lloyd Wright.
Morris si oppone allo sperpero di una secolare esperienza artigiana, calpestata dalla marea livellatrice del industriale. Constata che, sul terreno dell’arte, la  non offre nulla: sforna colonne doriche e fregi corinzi, sagome stile impero, profili rinascimentali, mortificando ogni segno qualificante ed immettendo sul mercato disgustosi obbrobri, quindi condannò la e risuscitò le arti e i mestieri.
Sposatosi nel 1859, Morris si pone subito il problema di costruire la propria residenza. Ma con quali elementi, o parole, se non riesce a trovare una porta, un lume, una maniglia, una carta da parato disegnati onestamente?. Presto si convince che è inevitabile ricominciare da capo, compiendo un’operazione di azzeramento culturale. In questo consiste la valenza rivoluzionaria della “” a Bexley Heath nel Kent, il cui artefice Philip Webb, concreta il dettagli ideologico morrisiano. Capire la Red House significa cogliere alla genesi il senso della nuova ricerca, che sottende l’intero corso dell’ moderna.
In questo Webb fa il progetto architettonico, mentre Morris disegna gli arredi; e allora egli pensa di fondare un laboratorio di arte decorativa con lo stesso Webb, Marshall, Rossetti e Brown e nel 1862, il gruppo entra in commercio col nome di Morris, Marshall, Faulkner & Co..
La ditta produce tappeti, tessuti, carte da parati, mobili e vetri.
Per cercare di dare forza alle proprie teorie, sente l’esigenza di partecipare alla vita politica, e nel 1877 si iscrive alla sezione radicale del Partito liberale, nel 1883 passa alla Federazione democratica e diventa tesoriere del partito, l’anno dopo fonda la Lega socialista e dirige il giornale “The Commonweal”.
In sede politica Morris associa la produzione meccanica al sistema capitalistico, perciò pensa che la rivoluzione socialista arresterà contemporaneamente la meccanizzazione del , e sostituirà i grandi agglomerati urbani con piccole comunità, ove gli oggetti utili saranno prodotti con procedimenti artigiani. Così anche il suo socialismo diventa utopistico e inadatto ad affrontare i problemi reali degli ultimi decenni del secolo XIX. Anche in questo punto l’esperienza pratica finisce per correggere in parte la teoria;
nonostante gli sforzi di Morris per ammettere nelle sue officine solo procedimenti medievali, parecchi prodotti – specialmente tessuti- devono essere lavorati a macchina e negli ultimi scritti pare che Morris attenui il suo rigoroso rifiuto, ammettendo che tutte le macchine possono essere usate utilmente, purché dominate dallo spirito umano.
Insieme a Morris altri esponenti del movimento “Arti e Mestieri” sono, a Howard e Raymond Unwin. Nel 1898, Howard pubblica il volumetto Tomorrow: a Peaceful Path to Real Reform che esce in seconda edizione nel 1902 col titolo Garden Cities of Tomorrow.
Da buon manager, sapeva seguire un ideale senza perdere contatto con la realtà, credeva nell’opinione pubblica e la scosse con e conferenze. Ma era conscio che l’opinione pubblica non bastava, per non restare nell’utopia bisognava raccogliere fondi, comprare terreni stimolare gli investimenti.

L’approccio howardiano si colloca sullo sfondo delle eterogenee esperienze precedenti. Da un lato, gli insediamenti costruiti dalle industrie private (la città dell’ Goransson di Sandviken in Svezia), dall’altro gli utopisti rivoluzionari come Owen e Fourier. Ebbene, tra i quartieri dell’impresa privata e il falansterio, Howard sceglie una via mediana. E’ assurdo paragonare la sua città giardino alle fantasie collettiviste di Owen e Fourier perché si basa su principi fattibili.

Howard si affianca al movimento Arts and Crafts anche perché le sue tesi collimano con un riesame dell’urbanistica medievale, l’idea basilare della città giardino parte dal proposito di salvare sia l’organismo urbano che il territorio rurale, la città dal congestionamento, dallo squallore e dai tuguri, la campagna dall’abbandono e dalla fatiscenza.
A livello linguistico e teorico, i due salienti contributi inglesi della seconda metà dell’Ottocento, l’architettura Arts and Crafts e l’urbanistica delle città giardino, furono presto obliterati dalla nascita di un’arte nuova diversa, che si imporrà in campo mondiale col nome di Art Nouveau.

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Co-Housing: La crisi segnata dalla scoperta

Scritto da: Simone il 3 December 2008 – 10:28

È così infatti che potrebbe intitolarsi, almeno per noi italiani, uno dei momenti storici più cupi degli ultimi cinquanta anni. Ed è proprio con la scoperta della “co-abitazione”, che l’Italia fa fronte, almeno in parte, al crollo economico e sociale di un Paese, per natura conservatore. È da tempo ormai che gli anni bui ci hanno investito, ma solo oggi, alla luce di una caduta mondiale, forse, siamo realmente pronti a prendere coscienza di una situazione diventata insostenibile e a ri-valutare il nostro modo di vivere e abitare.
Anche in Italia arriva la Co-housing.

Nata in intorno agli anni sessanta e sviluppatasi sempre più velocemente e con maggiore successo in Danimarca, Svezia, Olanda, Inghilterra, Stati Uniti, Canada, e Giappone, la forma di co-abitazione non è la fantasticheria di un romanzo sperimentale del ‘900, ma la realtà quotidiana con cui migliaia di famiglia si rapportano ormai da tempo.
Fondamento della co-housing è un equilibrata combinazione tra l’autonomia dell’abitazione e i vantaggi di risorse, servizi e spazi condivisi (lavanderia, asilo nido, sala hobby, palestra, sala da pranzo, stanze per gli ospiti, orto e parco macchine) con notevoli benefici sociali, ambientali ed economici.
Le comunità co-housing, costituite da 20-40 unità abitative, per famiglie e single, si scelgono tra loro e danno vita ad una sorta di “villaggio metropolitano” in cui coesistono spazi privati e comuni. Ogni villaggio ha ovviamente la propria e la propria evoluzione, ma ci sono caratteristiche come la progettazione partecipata, l’assenza di comunità ideologiche, la non gerarchica, e spazi per la socialità, la privacy e i benefici economici che sono le fondamenta di ogni comunità co-housing.
L’idea di un “luogo comune” in cui abitare sbarca in Italia per della milanese Cohousing.it, nata nel 2004 per iniziativa di Luca Mortasa, consulente aziendale e fondatore della Innosense (prima agenzia italiana per l’innovazione sociale), dopo i risultati emersi dal sondaggio “Il vissuto e l’immaginario dell’abitare a Milano”, svolto dall’istituto di ricerca Gpf su 3.800 persone di età media fra i 24 e i 45 anni (diplomati o laureati per il 90%), un quarto delle quali ha dichiarato di soffrire, nonostante un buon inserimento lavorativo e la presenza di una vita affettiva, di “solitudine sociale”, e di aspirare perciò a una situazione in cui poter comunicare con i propri vicini, con cui condividere anche spazi e servizi.
Milano, Pisa e Biella sono le città italiane pioniere di un progetto che ha l’obiettivo di recuperare la dimensione sociale perduta di aiuto reciproco e il desiderio di ridurre lo stress e i costi, di una vita sempre più frenetica e complessa.
A Nerviano, comune alle porte di Milano, mancano pochi mesi per completare la prima fase di formazione di una comunità all’interno di tre costi del ‘700 nel centro storico del paese.
A Marina di Pisa, Cohousing Ventures si è accordata con la proprietà per destinare la porzione Nord dell’ex-colonia estiva Villa Mussolini, al primo progetto di co-housing toscano. Opera dell’ Angiolo Mazzoni, la villa costruita negli anni ‘30 si è ben conservata e sarà recuperata  nel pieno rispetto del suo stile e della sua architettura, ma con molta attenzione alla (1000 mq di pannelli solari sui tetti, impianti centralizzati ad alta efficienza, ripristino delle aree verdi e boschive che contengono oltre 250 piante ed  essenze rare).
Ed ancora, a 400 passi dalla sede del Politecnico, in un ex-opificio, nascerà una comunità in co-housing di 33 unità abitative con garage, giardini, una piscina con solarium e 700 mq di spazi comuni (living condiviso, lavanderia, hobby room). 
Un’esigenza sociale, insomma, che ha investito anche il Bel Paese e che oltre a combattere la crescente natura individualistica sociale, viene incontro anche ai frenetici ritmi di una vita in cui anche il tempo libero e la serenità sembrano avere un prezzo, e arrivare a fine mese con il proprio stipendio, un .

- Tatjana La Paglia -

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Tecnologie per il recupero edilizio – Tacoma Narrow Bridge

Scritto da: Simone il 18 November 2008 – 09:43

, 1940

Descrizione del progetto
Il ponte sullo stretto di (stato di Washington, ) fu aperto al traffico nel 1940, ed era allora il terzo ponte sospeso più lungo al . Era lungo in tutto 1600 m, ed aveva una campata lunga 850 m. Era stato progettato per resistere al vento di un uragano fino a 200 km/h.

Descizione del problema
Il ponte manifestò da subito forti oscillazioni verticali anche in assenza di forti venti, tanto che gli automobilisti vedevano talvolta completamente sparire e riapparire le vetture che li precedevano nelle onde del piano stradale, e lo sprannominarono “Galloping ”.

Questo non è un caso classico di risonanza come da definizione da libro di testo. Infatti, se lo si confronta col caso più semplice possibile della risonanza dell’oscillatore armonico, balza subito all’occhio che questo ponte non è stato fatto crollare dalla presenza di una forza esterna periodica. Il vento infatti, si vede spirare con velocità costante. Tuttavia, è evidente che si tratta di un caso di risonanza nel senso lato, perché una piccola forza esterna, attraverso un meccanismo complesso, è stata in grado di accumulare progressivamente energia nella inducendo oscillazioni di frequenza pari a quella di un suo modo normale, e di ampiezza via via crescente, fino a comprometterne l’integrità strutturale.

Il meccanismo dettagliato per cui un vento costante sia in grado di innescare oscillazioni con quelle caratteristiche è piuttosto complesso, e per spiegarlo (specialmente nel caso di questo ponte) bisogna ricorrere a laboriosi calcoli idrodinamici. Il disastro, comunque, non è stato provocato dall’ignoranza della risonanza del modo di torsione che ha distrutto il ponte, ma dall’ignoranza del meccanismo che può portare il vento ad innescarla. Questo meccanismo è un esempio di retroazione positiva.

Descizione della
I tentativi di stabilizzarlo con funi e smorzatori idraulici si rivelarono inutili. Il ponte crollò quattro mesi dopo la sua apertura, sotto un vento di circa 68 km/h. Il ponte è stato ricostruito nel 1950.

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Tecnologie per il recupero edilizio – Millenium Bridge

Scritto da: Simone il 11 November 2008 – 14:40

Millenium Bridge, Norman Foster, Londra 2000 

Nel 1996 i dirigenti del distretto di Southwark di Londra bandiscono un concorso per la realizzazione di un ponte pedonale  che attraversasse il Tamigi collegando la City e la Cattedrale di San Paul sul lato settentrionale del Tamigi, con la Tate Modern, la nuova galleria di arte moderna, sorta sulla sponda meridionale. Il progetto vincitore risultò essere quello proposto da Foster and Partners, e venne realizzato con la collaborazione dello studio d’ingegneria Arup e dello scultore Anthony Caro. Il Millenium Bridge venne inaugurato nel 2000. Date le restrizioni di altezza imposte dai vincoli urbanistici, e al fine di migliorare la visuale offerta dal Millenium Bridge, gli otto cavi che sostengono il ponte, quattro per ciascun lato, vengono disposti sotto la quota del piano di calpestio del ponte. Il ponte, costato 18 milioni di euro, è stato progettato per sostenere 2.000 tonnellate, sufficienti ad ospitare 5.000 persone contemporaneamente.

Il ponte ha due piani di camminamento paralleli, divisi entrambi in tre parti lunghe ciascuna 81m, 144m, e 108m (da nord a sud), e la risultante misura 325m; il piano di alluminio ha una larghezza di 4m. 

Descrizione del problema

Dopo che un relativamente piccolo numero di persone hanno cominciato a sfilare sul ponte, un forte vento ha causato una leggera oscillazione laterale del ponte che ha indotto le persone che affluivano successivamente a sincronizzare istintivamente il proprio passo sulla frequenza dell’oscillazione del ponte, perché questo consentiva loro una camminata più confortevole. Ed è stato proprio questo a far oscillare il ponte in maniera notevole, è noto infatti che se tutti i passanti camminano con la stessa andatura e per lo più con una frequenza uguale alla frequenza d’oscillazione propria del ponte, suddetto ponte entra in risonanza, ed è proprio questo quello che è successo al Millenium Bridge: all’aumentare del numero delle persone, la forza impressa dai passanti, in risonanza col modo laterale del ponte aumentava progressivamente, rinforzando l’oscillazione che spostava il piano del ponte da destra a sinistra di 7 cm, rendendo necessario ad un numero significativo di persone di reggersi alla balaustra per mantenere l’equilibrio. Si tratta di un esempio di retroazione positiva, questo è il motivo per cui questo moto era stato ignorato durante le simulazioni numeriche della struttura. Questo problema era stato sottovalutato perché il moto provocato dal passaggio dei pedoni non era considerata una potenziale fonte di pericolo nei protocolli di costruzione fino alla fine del 2000. I test successivi realizzati sul Millenium Bridge hanno mostrato che sole 166 persone che camminavano simultaneamente sul ponte erano in grado di eccitare improvvisamente il modo laterale. 

I di tale ponte hanno emanato un avviso internazionale esplicitamente volto ad aggiornare i protocolli dei test per i ponti pedonali.

 

Descrizione della

A distanza di un anno, il problema non era ancora risolto, nonostante le simulazioni effettuate e l’aiuto di un gruppo di esperti. Solo nel 2002, la struttura venne definitivamente stabilizzata grazie all’aggiunta di 37 smorzatori viscosi e 45 smorzatori inerziali, che attenuano il picco di risonanza. Il costo di questo intervento ammonta a otto milioni di euro.

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La vita e l’Architettura di Borromini

Scritto da: Simone il 11 November 2008 – 14:32

Quest’uomo straordinario che secondo tutte le notizie, era mentalmente squilibrato, e pose volontariamente fine alla propria vita, raccolse assai tardi i propri frutti.

Figlio dell’ Giovanni Domenico Castelli nacque nel 1599 a Bissone sul lago di Lugano. Dopo una breve permanenza a Milano, sembra sia giunto a intorno al 1620. Iniziò come intagliatore di pietra, e, in tale qualità, trascorse più di dieci anni della sua vita lavorando per San Pietro.

Aveva costituito nel 1626 una vera e propria cooperativa di scalpellini che lavorò con una miriade di interventi in cantieri importanti, citati in seguito.

Parente di Maderno, e pieno di ammirazione per questi, ricevette proprio da lui l’incarico di disegnatore delle architetture di San Pietro, Palazzo Barberini e Sant’ Andrea della Valle.

Dopo la morte di Maderno, Bernini prese la guida di San Pietro e del Palazzo Barberini, e si trovò a lavorare sotto di lui, ma sembra che gli venga  lasciata notevole libertà di azione, preparandolo, Benini più che Maderno, per la sua imminente apparizione come architetto in proprio.

Ma il rapporto tra Bernini e Borromini assunse la forma di un lungo conflitto, il fato fece incontrare due giganti, i cui caratteri erano diversi, così come i loro approcci all’. Bernini, uomo di espansivo e brillante, considerava la pittura e la scultura un’adeguata preparazione  per l’architettura; Borromini, nevrotico e chiuso, giunse all’architettura come un abile specialista, un costruttore e un tecnico di primo ordine. Quasi esattamente coetanei, l’uno aveva ottenuto già notevole successo, mentre l’altro era ancora privo di riconoscimenti ufficiali. E quando nel 1645 la vicenda delle torri di San Pietro giunse alla crisi, Borromini si fece avanti come pericoloso critico di Bernini.

Fu in seguito alla terminazione dei lavori di Palazzo Barberini che i due uomini si divisero definitivamente, e sciolta finalmente la cooperativa, Borromi, molto tardi rispetto agli altri , era pronto ad iniziare la sua vera carriera di architetto. Tutto inizia nel settembre del 1632 con la nomina di architetto dell’Archiginnasio della Sapienza, voluta da Sixto V. Ma l’incarico definitivo arriverà poco dopo, nel 1634 con la chiesa e il Convento dei Frati Trinitari scalzi di San Carlo alle Quattro Fontane.

Tra il 1637 e il 1640 costruisce la facciata dell’Oratorio dei Filippini e nel 1642 riceve l’incarico di Sant’Ivo alla Sapienza.

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