Stazione Tiburtina: alta velocità per l’architettura contemporanea a Roma.

Scritto da: Cristina il 16 January 2012 – 14:48

Quasi cinque anni di lavori, disagi ai cittadini e molte domande su come sarebbe diventata la nuova , ultimo gioiello dell’urbanistica a Roma.

Dalla fine di novembre, tutte le risposte si sono materializzate nella nuova struttura: uno snodo importante a livello logistico ma anche uno spazio innovativo, una sfida per l’ contemporanea che occupa circa 50.000 mq tra binari, negozi, aree di servizio, la struttura a ponte che collega i quartieri Nomentano e Pietralata.

Dopo l’incendio del luglio 2011, i tempi si sono abbreviati e questo spazio, fondamentale per i passeggeri in transito da nord a sud della penisola, è entrato a far parte dei progetti architettonici realizzati, tra i tanti in fermento come quelli di a Napoli, Arata Isozaki a Bologna, Santiago Calatrava a Reggio Emilia e Norman Foster a Firenze.

La progettazione era stata affidato allo studio associato ABDR, già fortemente attivo sul romano e non solo, nell’architettura pubblica e privata. I nomi, che non fanno parte certo dell’architettura giovanile, ma che si avvalgono di tanti giovani architetti, sono quelli di Arlotti, Beccu, Desideri, Raimondo. Una grande commissione di appalti pubblici ma per la prima volta realizzati con l’autofinanziamento: diversi lotti di terreno limitrofi saranno venduti dalla RFI – Rete Ferroviaria Italiana – a privati interessati all’espansione urbanistica del territorio adiacente la stazione. Solo la BNL ha già acquistato un lotto per circa 70 milioni di euro!

Non si sono fatte attendere le polemiche per questa operazione in cui le archistar nostrane (il capogruppo è Paolo Desideri) hanno pensato a progetti di architettura mentre le amministrazioni locali hanno realizzato la solita cattedrale nel deserto, da vendere a caro prezzo, senza un di riqualificazione urbana, mentre intorno alla stazione continuano ad esserci sopraelevate dissestate più che vintage, zone dense di disagio sociale dove sorgono baracche ed edifici in abbandono.

Curiosità: la stazione è stata dedicata, ottimisticamente, a Camillo Benso Conte di Cavour. Un  viaggiatore importante, che si spostava in tutta Europa a perorare la causa dell’unità d’. A basse velocità coi treni dell’epoca ma con grande velocità politica.

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Depuratore di Sant’Erasmo

Scritto da: Simone il 17 May 2009 – 17:53

C+S lavora con grande interesse al tema delle infrastrutture: parcheggi, depuratori, strade, banchine portuali, sono elementi che strutturano il paesaggio dove, in , non si ritiene debba intervenire l’. Grazie alla diffusione di queste strutture sul e alla loro dimensione, spesso generosa, la presenza di un di architettura per questi spazi genererebbe una immediata qualità diffusa nel paesaggio antropizzato, modificando le strutture stesse da contenitori direttamente descritti dalla loro funzione a strutture silenziose capaci di diventare parte della grande scala del paesaggio nel quale sono inserite.

Collocato all’interno del parco della laguna nord di , sul limite sud-est dell’isola di Sant’Erasmo, il nuovo è un elemento del complessivo rinnovamento urbano e ambientale dell’isola che il Magistrato alle Acque di Venezia, per tramite del Consorzio Venezia Nuova sta operando all’interno di un accordo di programma tra Magistrato alle Acque di Venezia, Regione del Veneto e Comune di Venezia. La fragilità del tessuto dell’isola, il suo limite incerto dove le escursioni della marea modificano il disegno e lo spessore dei bordi, la bellissima batteria austriaca, memoria del più ampio sistema puntuale delle fortificazioni lagunari che ancora permangono nello spessore delle murature generose che incidono il paesaggio della laguna, la scansione regolare del terreno coltivato a carciofi e dei ghebi (corsi d’ interni all’isola) disegnano il paesaggio dove l’edificio si inserisce.

Il tema del progetto diventa l’invenzione di uno spazio di confine che è la soluzione di continuità tra edificio e suolo. Quattro murature parallele dello spessore di un metro, costruite in cemento armato colorato con pigmenti rossi e disattivato a diventare una superficie scabra fondano, come ruderi di un’antica batteria, lo spazio e costruiscono l’edificio, disegnando contemporaneamente la sua e la sua forma. Ricordano le antiche strutture militari, oggi territorio del parco, elementi puntuali di difesa di cui la stessa isola è ricca nell’esempio più importante della Torre Massimiliana che, dal 2004, è diventata un centro culturale e sportivo per tutta la laguna. Lo spazio tra le strutture cementizie è chiuso da pannelli in doghe di Iroko a tutta altezza, apribili all’ingresso e nelle zone necessarie allo scarico delle polveri. Le murature in cemento rosso diventano anche le strutture di base per il disegno del paesaggio.

L’edificio si fonda solidamente nel terreno e contemporaneamente pensa al terreno, al vuoto come uno dei suoi possibili fronti. Inaccessibile per questioni normative, il nuovo depuratore era destinato a occupare una dimensione importante di suolo dell’isola. Questo diventa uno dei temi del progetto: lavorando sulla distribuzione dei flussi da depurare è stato possibile interrare una parte importante della costruzione che appare solo come un disegno del terreno che lascia fuori terra solo la parte destinata alla manutenzione e all’asporto finale delle polveri residue.

La parte interrata, infatti, con la sua forometria in copertura concorre a disegnare il nuovo suolo e si rivela in un gioco di percorsi che si intersecano con il disegno del verde. Lavanda e Phlox, ginestra, santolina e rosmarino accolgono, con la stessa giacitura dell’edificio, le sue tracce. Disegnano la parte accessibile del parco in modo tale che l’edificio (inaccessibile) sia invece pensato e tracciato in un senso più ampio, pensato per un land-watching che potrà diventare uno degli elementi del sistema del parco.

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Islanda: nuovi piloni per l’elettricità

Scritto da: Simone il 7 May 2009 – 09:44

I nuovi piloni elettrici proposti dallo studio londinese . L’, a breve, caratterizzerà il proprio paesaggio con questi scultorei piloni.
A primo acchitto ho pensato subito all’ennesimo dell’iraniana , ma i piloni in questione sono stati progettati dai londinesi Arphenotype. fluido, più vicino ad un’opera scultorea che ai tradizionali piloni che siamo abituati a vedere.
Tutto nasce dalla società elettrica islandese Landsnet, in collaborazione con l’ordine degli islandesi che, stanchi dei soliti piloni squadrati e deturpanti per il paesaggio, hanno deciso di bandire un concorso volto al redesign di questi elementi.


Tra tutti i presentati Adaptability sembrerebbe essere il vincitore del concorso. I tradizionali piloni in metallo, a breve, cederanno il posto a questi maestosi piloni avvenieristici realizzati in compositi plastici rinforzati con resine resistenti alle temperature, ai raggi UV e alla forza del vento. I piloni sono stati progettati secondo un chiaro rifermento biomimetico (ricordano infatti una ossea) grazie al quale lo studio londinese è riuscito a creare una leggera ma estremamente resistente. I piloni Adaptability, grazie alle produzioni a controllo numerico, potranno essere prodotti in diverse dimensioni (da 17 a 32 metri) e a costi ridotti. Con il loro design morbido caratterizzeranno ancora meglio gli scenari islandesi (e non solo!).
Il nome del progetto nasce dalla volontà dello studio londinese di creare nuovi piloni capaci di adattarsi alle esigenze dei vari landscape, caratterizzati da un design diverso non più severo e austero ma dolce e organico. Da qui la possibilità di produrre ogni volta un pilone di dimensioni diverse, creato appositamente per un determinato paesaggio.
Il bianco sarà il colore che caratterizzerà questi bellissimi piloni. E per chi già sta pensando allo sporco e agli agenti , no-problem. Gli Adaptability saranno rivestiti con un leggero strato (vaporizzato sulle superfici) in Lotus effect così da garantire sempre il perfetto stato estetico dei piloni.
Mi sembra un bellissimo progetto, che finalmente pone l’attenzione sul redesign di oggetti “morti” come i piloni per l’elettricità. Determinante anche la volontà dell’Islanda, e dell’ordine degli architetti, di riprogettare un elemento di arredo urbano così consolidato come il pilone.

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Nel giardino del paradiso

Scritto da: Simone il 17 March 2009 – 21:40

A Roma, un’ isola di tra mura rivestite di edera ed esili ailanti – gli alberi che secondo i cinesi salgono verso il cielo – è il cuore della casa studio di Paola Maugini

La zona non è tranquilla. Il traffico impazza a Roma, tra Santa Maria Maggiore e la Termini. Si entra in un portone marrone e non si sente più alcun rumore.

Siamo al piano terra, nell’appartamento che Paola Maugini ha ricavato unendo una latteria e un forno in disuso. Uno spazio di 240 metri quadrati su due livelli che ruota intorno a un giardino interno, con un muro romano e diverse arcate medioevali. Un giardino «da contemplare» dice la proprietaria, che ne è rimasta subito conquistata, per il suo vecchio muro ricoperto d’edera.
A Roma, un’ isola di quiete tra mura medievali rivestite di edera ed esili ailanti – gli alberi che secondo i cinesi salgono verso il cielo – è il cuore della casa studio di Paola Maugini

Questa corte privata – dove si legge, si scrive, si ricevono gli amici quasi tutto l’anno – è affollata di piante che crescono grazie a una sorta di felice microclima. È il cuore della casa, ogni camera si affaccia su di essa in un andamento a ferro di cavallo che crea un’atmosfera di calda intimità. Paola Maugini non è un architetto, ma nell’ambiente è molto conosciuta come esperta di comunicazione.

Ha studiato filosofia e parla varie lingue. Oggi promuove l’immagine di archistar come la (a Roma è suo il museo ) e Firouz Galdo (tra i responsabili della ristrutturazione del di via Nazionale e della Gagosian Gallery di via Crispi). Odile Decq, andando a trovare Paola Maugini, è rimasta affascinata da un albero lungo lungo, vecchio inquilino della corte, l’ailanto, detto anche Pianta del Paradiso, perché cerca la luce e si sviluppa verso l’alto. Così Decq ha deciso che ci sarà un ailanto anche al .

Bionda e riccioluta, la padrona di casa non ha perso l’accento milanese e quella discreta eleganza delle donne lombarde. Vive insieme al marito pittore, Francesco Barilli, al figlio Pietro di diciassette anni, esperto di jazz che deride la sua strana passione per la musica celtica. Tra i tappeti afgani e turchi si rotola il gatto Macchia. Da buona esperta di relazioni pubbliche ama le feste ma da lei si va in una piccola corte, non in un terrazzo della mondanità romano: gli invitati sono amici come gli Pino Pasquali ed Enzo Pinci, il critico di Luigi Prestinenza, attori e registi come Lucrezia Lante della Rovere, Alessandro Haber, Alessandro d’Alatri. Ama viaggiare, ha vissuto un paio di anni in Argentina. Ora punta sulla Cina occupandosi della promozione di mostre nei nuovi quartieri d’arte di Pechino.

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Le principali alterazioni chimiche, fisiche e biologiche degli intonaci

Scritto da: Alessandra Raccah il 17 February 2009 – 16:25

Le principali alterazioni chimiche, fisiche e biologiche a cui gli possono essere soggetti sono:

• Bioalterazioni, cioé alterazioni della dell’ da parte di microorganismi, trasportati dall’aria o dalle infiltrazioni di acqua, i quali creano interazioni biodeteriogeno-substrato, che danno sottrazione di elementi, rilasciano metaboliti, etc …

• Depositi superficiali (incrostazioni): sono depositi di sostanze sulla parete esterna dell’intonaco, di vari spessori natura ed origini, sia organiche che inorganiche, composte principalmente da polveri derivanti dall’ esterno

: la presenza di microscopici cristalli salini sul rivestimento murario.

• Fessurizzazioni: si intendono sia le soluzioni di continuità eventualmente presenti nel microspessore della pellicola pittorica, sia le lesioni che interessano l’intero spessore delle malte di rivestimento.

• Manutenzione precedente: invecchiamento dei materiali utilizzati per opere di fatte in precedenza.

• Perdite di adesione: il fatto che l’intonaco possa perdere adesione, cioé distacchi, disgregazioni e decoesioni.

Le bioalterazioni, possono essere: depositi superficiali in forma pulvirolenta e/o appena granulare, dispersi in ammassi più o meno compatti, di colore verde, nero (alghe o pulverulenti o fogliosi).
Pellicole omogenee e sottili, a volte arricciate o scollate, di colore prevalmentemente verde o nero.
Patine biologiche, ovvero strati sottili, morbidi ed omogenei, aderenti alle superfici e di chiara derivazione biologica; di colore variabile ma prevalentemente verde, con eventuali depositi di polveri, terriccio e residui di specie biologiche inattive.
Cuscinetti erbacei o muscinali e stati gelatinosi di vario spessore, tra i 2 e i 5 m, e di vari colori.
Placche, ovvero forme rotondeggianti originate da massicci sviluppi di microorganismi che assumono colore e consistenza variabile.
Lamelle, scaglie o croste di consistenza, colore e spessore variabili, originate da talli o frammenti di talli lichenici penetrati nel substrato, da ripetute sedimentazioni di colonie algali o licheniche e da miceti sporgenti pochi millimetri dalla superficie.
Decoesioni, prodotte dalla penetrazione nei substrati di alghe perforanti, ife fungine o talli lichenici.
Incrostazioni, ossia depositi stratiformi di origine algale o lichenica, di una certa estensione e consistenza, compatti e aderenti al substrato, risaldati da componenti di natura carboniosa e lipidea.
Efflorescenze bianche, originate da attinomiceti, o di colorazione verde o azzurra, provocata rispettivamente da alghe verdi o alghe azzurre.
Macchie variamente pigmentate.
Esfoliazioni o desquamazioni provocate da un massiccio di microflora chemioautotrofa e eterotrofa.
Disgregazioni, ovvero stadi di avanzata decoesione provocata dalla penetrazione e proliferazione nei substrati del rivestimento murario di microflora, come licheni crostosi o radici di piante superiori.
Erosioni o alveolizzazioni generate da sostanze corrosive secrete dalla microflora o dall’attecchimento di organismi endolitici, quali licheni ed alghe.

I depositi superficiali (incrostazioni), possono essere: incrostazioni, di varia natura, ma soprattuto depositi carboniosi o croste nere, in grado di attivare la graduale alterazione chimico-fisica degli strati sottostanti, delle malte di allettamento e delle cortine murarie.
Incrostazioni di calcite, generate dalla cristallizzazione in superficie di carbonato di calcio del substrato, disciolto dalle acque meteoritiche. Incrostazioni di tipo cementizio, ossia concrezioni di origine minerale, costituite da depositi di modeste dimensioni, aggregati cristallini a struttura granulare o fibrosa, formatasi a seguito della progressiva sedimentazione e dell’indurimento delle sostanze disciolte in soluzioni acquose mineralizzate. Si contraddistinguono per la presenza di superfici di discontinuità, talvolta accompagnate da colorazioni diverse.
Polveri provenienti dall’ambiente circostante e costituite principalmente da carbonati, solfati, silicati, cloruri e in generale depositi chimici dovuti all’evaporazione del solvente acquoso di trasporto.
Polveri costituite principalmente da fuliggine, depositi carboniosi e, in generale, polveri grasse sedimentate in debole spessore anche in forma di velo opacizzante, untuose e difficilmente solubili in acqua.
Depositi organici provenienti da deiezioni animali.
Polveri finissime e/o granulari, disperse in ammassi più o meno compatti, di colore prevalentemente verde o nero, frammiste a particelle di microflora devitalizzata e pulvirulenta.
Efflorescenze saline di varia natura ed origine.
Polveri costituite da solfati generatisi a seguito di attacchi acidi sulla matrice carbonatica degli intonaci.

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L’Intonaco

Scritto da: Simone il 12 February 2009 – 11:25

L’intonaco rende uniforme la superficie del muro, la prepara a ricevere la coloritura, protegge all’esterno il corpo murario dalla pioggia, collabora con la quando il muro è a sacco. L’intonaco è tradizionalmente una malta composta da una parte legante (indurente), da sabbia di dimensione granulometrica selezionata con diametro massimo generalmente non superiore ai 2 millimetri, e da ; negli moderni, inoltre, sono presenti sostanze additive (ad esempio cellulosa, amido, fumo di silice ecc.) aggiunte con lo scopo di modificare le caratteristiche dell’intonaco.
Gli intonaci si distinguono in base al legante usato:
• intonaco a base di , dove l’unico legante è la idraulica;
• intonaco calce-cemento, dove il legante è una miscela di calce idrata e cemento portland, con prevalenza di calce;
• intonaco cemento-calce, dove il legante è una miscela di calce idrata e cemento portland, con prevalenza di cemento;
• intonaco a base di , dove il legante è esclusivamente .

L’intonaco, viene impiegato tramite una sovrapposizione di strati distinti, ognuno con caratteristiche e funzioni diverse, strati progressivamente di spessore più sottile e con inerti più fini, per ottenere gradualmente una superficie liscia, non porosa, nel complesso l’intonaco ha uno spessore generalmente compreso tra 1,5 e 2 centimetri, in casi particolari lo spessore può raggiungere anche i 10 centimetri. La stabilitura sull’intonaco, cioè la più fine, chiude i pori dell’intonaco aumentandone la resistenza nel tempo.
Il primo strato a contatto con la muratura si chiama rinzaffo o abbozzo; esso ha il compito di ponte di adesione tra il corpo d’intonaco e la muratura; viene applicato in maniera non uniforme fino al rivestimento del 60-80% circa della muratura: con la sua granulometria grossolana crea delle zone ruvide che serviranno da aggrappante per gli strati successivi. Tra i vari strati dell’intonaco, il rinzaffo è quello che presenta le più elevate resistenze a sollecitazioni fisiche.
Il secondo strato è definito arriccio o arricciato o intonaco rustico, ha una granulometria media (circa 1,5 millimetri di diametro massimo) e viene applicato in spessori che variano da 1,5 a 2 centimetri, rivestendo così il ruolo di vero e proprio scheletro di tutto il sistema intonaco. Il suo principale compito è di uniformare la superficie delle murature, andando ad eliminare tutti gli eventuali difetti di planarità e verticalità, e, dato lo spessore, di barriera protettiva nonché di struttura portante per gli strati successivi (intonaco di finitura o sistema collante-piastrella).
L’ultimo strato, detto intonachino o velo o intonaco civile (la sua applicazione è generalmente definita stabilitura) ha generalmente due funzioni: proteggere l’intonaco e renderlo esteticamente gradevole. Ha una granulometria fine, di diametro massimo inferiore agli 800 micron, ed il suo spessore di applicazione è inferiore ai 3 millimetri. Nell’antichità quest’ultimo strato era solitamente realizzato con colorante, acqua e calce, mentre oggi vi sono numerose tipologie di pitture ed intonaci protettivi già rifiniti.

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Museo Porsche di Stoccarda

Scritto da: Simone il 3 February 2009 – 11:59

Un simbolo di velocità, agilità, di stile e di prestigio. La è la che ogni uomo, donna e bambino ha sognato di guidare, anche solo una volta. Ora, in casa nella città di Stoccarda, è un luogo dove tutti possono sognare liberamente, la cattedrale del Museo .

Aperto al dal 31 gennaio il museo, progettato da ditta austriaca Delugan Meissl Associati, offre drammaturgia da ogni prospettiva.

“il Nuova Museo Porsche rappresenta la nostra concezione di che è costantemente in movimento nel campo di interazione tra gli edifici e dei loro utenti”, spiega , co-fondatore di Delugan Meissl Architetti Associati.

L’esterno è allo stesso tempo accattivante e riflette adeguatamente la statura e la fiducia del marchio. Testuale alterazioni superficiali e livelli diversi e angoli offrono una complessità strutturale che riflettono la fabbricazione di una “macchina ben oliata”, mentre grandi vetrate consentono alla costruzione di brillare esteriormente invitando i passanti, inoltre attratti da una leggera pendenza verso la rampa di ingresso.

Una volta all’interno i visitatori vengono accolti da un ristorante e un caffè. È possibile visualizzare lo del prodotto sul luogo di nel “Classic-Workshop archivie” che circonda i due  livelli di spazio.

Vari livelli collegati da strade in pendenza tale che i visitatori possano portare loro stessi attraverso l’esperienza di più di 100 anni di automobilistico.

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Città Galleggianti

Scritto da: Simone il 21 January 2009 – 17:13

Un’arca di Noè è pronta ad accogliere i profughi di località in futuro sommrse per l’innalzamento delle acque costiere, se si avverassero le più fosche previsioni legate al riscaldamento globale. In alternativa si potrà estendere  la superficie abitabile di aree iperpopolate , come Monte Carlo o Hong-Kong.

L’ Belga Vincent Callebautpropone con (o ), una città , ecologica e autosufficiente, alternativa alle dghe per fermare il , scelte oggi dagli Emirati Arabi Uniti e nei secoli scorsi dai .

Ecopolis sarebbe capiente al punto da accogliere 50 mila persone, attrezzata per riciclare i rifiuti e autosostenersi nell’alimentazione con acquacolture, capace di assorbire CO2.

Rivestita di fibre di poliestere e biossido di titanio, Lilypad Citypotrebbe abbattere l’inquinamento atmosfericograzie a energie rinnovabili integrate, da quella solare, a quella eolica, idraulica e da .

La galleggiante dell’Ecopolis è ispirata alla ninfea Victoria regia dell’Amazzonia, la cui nel di Callebaut è stata ripresa e ingrandita. Perno vitale sarebbe il lago al centro, dove raccogliere e filtrare l’acqua piovana. A completare il paesaggio, tre spiagge e una piccola catena montuosa artificiale. Lylipad nell’immaginazione di Callebaut potrebbe spostarsi seguendo le correnti marine. Utopia? Una previsione di costo è sconosciuta anche dall’ideatore.

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Mario Bellini fa splendere Milano

Scritto da: Simone il 10 December 2008 – 12:24

di Sara Lombardi

Entro il 2011 sorgerà a Milano una “cometa”, disegnata da Mario Bellini.
Si tratta del Milano Convention Center () destinato a diventare il centro congressi più grande d’Europa. Il , ufficialmente presentato il 14 novembre scorso, prevede la riqualificazione del Portello e la fusione con l’attuale .

Il nuovo centro offrirà 18.000 posti a sedere, 1 auditorium, 1 plenaria, 73 sale modulari e 54.000 mq. espositivi. Un portico alberato lungo 800 metri e largo 15, che correrà lungo tutto il Portello, dove si potrà passeggiare e andare in bicicletta. Tre piani di metallo e vetro affacciati sui grattacieli di City Life. Tutto sotto le ali di una cometa.

Il piano di riqualificazione del Portello si inserisce armonicamente nel più ampio processo di trasformazione dell’area nord-ovest di Milano. Il progetto è stato ideato nel segno della responsabilità sociale promuovendo integrazione urbanistica, verde, e un innovativo e complesso sistema di pannelli fotovoltaici (a strati sottili in silicio amorfo). Questo sistema renderà il nuovo MIC non solo una autosostenibile dal punto di vista energetico, ma anche un fornitore di energia elettrica al territorio circostante.

“Un innesto di corpi metallici e vetrati – tre affusolati foyer a livelli diversi – con spettacolari viste a 180 gradi sul cuore di City Life stravolgono e concludono la vecchia testata fino ad ora rimasta incompiuta. Un grande volume squadrato escresce e violenta la copertura attuale, mentre un inatteso asteroide-auditorium galleggia a fianco su una corona di colonne preesistenti”.

Bellini ha immaginato la struttura come una cometa la cui estensione orizzontale gareggerà con quella verticale dei grattacieli di City Life, affacciandosi su questa area come “uno sciame di raggi luminescenti che si staccano, ondeggiando dal nucleo più denso della testata fino a formare una coda lunga 200 metri”.
Una cometa, appunto, destinata a diventare un simbolo.
La cometa si estende per 200 metri di lunghezza e 140 di larghezza a un’altezza di 46 metri.
La cometa è concepita come combinazione di 8.000 metri di raggi luminescenti, ciascun raggio formato da 4 nastri, affiancati, profilati in alluminio ultrasottile, anodizzato color argento, e microforato (che rende ulteriormente leggera e semitrasparente l’intera struttura).
Ogni raggio è sostenuto da leggere strutture reticolari tridimensionali in , al centro delle quali corrono 8.000 metri di canalizzata prodotta da sorgenti luminose di Led a basso consumo. Lungo ogni nastro profilato è possibile inserire un pannello fotovoltaico sensibile alla anche in assenza di sole.
Tutti i materiali utilizzati sono riciclabili.

Il tratto distintivo dell’intervento di Bellini sarà l’enorme Cometa di alluminio microforato che coprirà con i suoi raggi l’intero padiglione, a partire dalla facciata verso il nuovo contestato quartiere CityLife. Tutti e tre i vecchi padiglioni del polo fieristico cittadino saranno attraversati da un percorso ciclo-pedonale sopraelevato che congiungerà l’area delle tre torri (il Dritto – Arata Isozaki, lo Storto – Zaha Hadid e il Curvo – 2014) con il . Si tratterà dunque, ha concluso il presidente della società di ingegneria “Sviluppo Sistema Fiera” Leonardo Carioni, di

“un organismo aperto in grado di inserirsi nel contesto urbano di riferimento, per rispettare la vocazione congressuale che definirà sempre più il polo fieristico urbano”.


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Casa 100k, la casa ecosostenibile

Scritto da: Simone il 8 December 2008 – 14:55

100mq a 100 mila euro. Abbordabile, innovativa ed : la casa 100K è una abitazione ecologica a basso impatto economico ideata dall’architetto in collaborazione con .
Di Mario Cucinella abbiamo già parlato qualche articolo fa con il Centro per le Tecnologie e le Energie , un progetto di bioarchitettura realizzato in Cina, ma questa volta il progetto è tutto italiano, a basso costo, a misura di desiderio, a basso impatto.


Sono i tre presupposti – il primo di carattere economico, il secondo di carattere sociale e il terzo di tipo energetico – che danno vita al progetto Casa 100 k, un nuovo modello abitativo condominiale.
Il tentativo di restituire una risposta a domande di economicità, riduzione di emissioni inquinanti e senso di piacere dell’abitazione. Una casa viva, colorata, che lascia spazio alle differenti identità e modalità di vivere, ma capace di produrre energia utilizzando ogni strategia passiva e attiva per rendere l’edificio una bioclimatica. La casa si avvale di tutte le tecnologie disponibili per limitare i costi di costruzione senza compromettere la qualità. Una casa a basso costo acquistabile grazie a un mutuo che può essere coperto in buona misura attraverso l’energia che è in grado di produrre.

Una realizzazione capace di restituire il senso di piacere dell’abitazione e ripagare il costo dell’investimento con l’energia che è in grado di autoprodurre. La ricerca è finalizzata alla realizzazione di una casa da 100 mq a Zero emissioni di CO2, grazie all’impiantistica fotovoltaica integrata architettonicamente, all’utilizzo di superfici captanti energia solare per i mesi invernali, circolazione interna dell’aria per quelli estivi, e a tutte le strategie passive adottabili per rendere l’edificio una macchina bioclimatica. Il contenimento dei costi di realizzazione è invece affidato all’impiego di prefabbricazione leggera e flessibile: elementi strutturali, apparati tecnici, attrezzature mobili come pareti/pannelli scorrevoli-smontabili-curvabili per la divisione interna degli alloggi; – sistemi di chiusura o tamponamenti monoblocco fatti di componenti sostituibili che possano diversificare l’aspetto esterno, ma anche garantire un’estensione di quello interno (balconi, terrazzini, logge, eccetera).



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