Come l’Architettura Contemporanea salverà la Terra

Scritto da: Valentino il 16 January 2012 – 18:06

in per l’ contemporanea

Fermamente convinto che “il mestiere dell’ o del designer sia estremamente e intimamente legato a quello che è il bisogno dell’innovazione, perché l’innovazione è un qualche cosa che inventa un qualcosa che è utile alla società“, tutta la carriera di Gaetano Pesce è caratterizzata da quella freschezza che sta nel design del Made in Italy.

Nel momento in cui questi tre fattori sono rispettati, l’innovazione esiste.

Il design di Gaetano Pesce non è catalogabile e la sua carriera è un percorso che lui modifica continuamente.“Sono convinto che un’innovazione sia perpetrata attraverso tre mezzi: l’innovazione del linguaggio, l’innovazione tecnica e l’utilizzo di nuovi .

La “performance” dello, storico architetto e designer veneziano apporta nel mondo dell’ contemporanea un nuovo linguaggio rappresentato dall’utilizzo di materiali tradizionali che veicolano l’incertezza della menzogna. Un creatore, secondo Pesce, deve dunque esprimersi coi materiali del suo tempo per essere sincero. Una tal pratica facilita l’innovazione, che resta molto limitata se si tratta di esprimersi con una materia che è stata nel passato il mezzo d’espressione di una moltitudine di creatori“, afferma Pesce.

La creatività di Gaetano Pesce ha trovato in Brasile molte meno restrizioni che in altri posti, così si trovano a Bahia tra le sue più interessanti realizzazioni nel campo dell’. Ha costruito la sua casa a Bahia e ne ha fatto il manifesto del suo modo di intendere il design realizzando una a due piani che è rivestita in mattonelle di resina dalle tonalità cangianti, che luccicano alla luce come fossero un gioiello o le squame di un pesce: un materiale poco costoso che si modifica col tempo esposto al sole e all’acqua. Dei volumi parallelepipedi, più alti che larghi, sono collegati tra loro da passerelle.

In seguito alla ormai celebre collezione di Up diventate subito icone del design industriale italiano e internazionale, Gaetano Pesce si dedica un pò a se stesso, progettando la  propria dimora Brasiliana e strizzando l’occhio verso una concezione architetturale.

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Stazione Tiburtina: alta velocità per l’architettura contemporanea a Roma.

Scritto da: Cristina il 16 January 2012 – 14:48

Quasi cinque anni di lavori, disagi ai cittadini e molte domande su come sarebbe diventata la nuova , ultimo gioiello dell’ a .

Dalla fine di novembre, tutte le risposte si sono materializzate nella nuova : uno snodo importante a livello logistico ma anche uno spazio innovativo, una sfida per l’ che occupa circa 50.000 mq tra binari, negozi, aree di servizio, la struttura a ponte che collega i quartieri Nomentano e Pietralata.

Dopo l’incendio del luglio 2011, i tempi si sono abbreviati e questo spazio, fondamentale per i passeggeri in transito da nord a sud della penisola, è entrato a far parte dei architettonici realizzati, tra i tanti in fermento come quelli di Zaha Hadid a Napoli, Arata Isozaki a Bologna, Santiago Calatrava a Reggio Emilia e Norman Foster a Firenze.

La progettazione era stata affidato allo studio associato ABDR, già fortemente attivo sul romano e non solo, nell’ pubblica e privata. I nomi, che non fanno parte certo dell’architettura giovanile, ma che si avvalgono di tanti giovani architetti, sono quelli di Arlotti, Beccu, Desideri, Raimondo. Una grande commissione di appalti pubblici ma per la prima volta realizzati con l’autofinanziamento: diversi lotti di terreno limitrofi saranno venduti dalla RFI – Rete Ferroviaria Italiana – a privati interessati all’espansione urbanistica del territorio adiacente la stazione. Solo la BNL ha già acquistato un lotto per circa 70 milioni di euro!

Non si sono fatte attendere le polemiche per questa operazione in cui le archistar nostrane (il capogruppo è Paolo Desideri) hanno pensato a progetti di architettura mentre le amministrazioni locali hanno realizzato la solita cattedrale nel deserto, da vendere a caro prezzo, senza un progetto di urbana, mentre intorno alla stazione continuano ad esserci sopraelevate dissestate più che vintage, zone dense di disagio sociale dove sorgono baracche ed edifici in abbandono.

Curiosità: la stazione è stata dedicata, ottimisticamente, a Camillo Benso Conte di Cavour. Un  viaggiatore importante, che si spostava in tutta Europa a perorare la causa dell’unità d’Italia. A basse velocità coi treni dell’epoca ma con grande velocità politica.

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Rotterdam, architettura d’avanguardia

Scritto da: Fabiana il 13 January 2012 – 12:34

Avanguardia e nuove tendenze per gli studi di di , pionieri da decenni e rinomati oramai in tutto il mondo. Tra le diverse attività in fermento spiccano senza dubbio MVRDV e OMA.

MVRDV – fondato negli anni ’90 da Winy Maas, Jacob van Rijs e Nathalie de Vries, ha sede in un grande open space a Dunantstraat. Successi e idee di forte impatto, ma anche proposte capaci di suscitare non poche polemiche, come “The Cloud”, che di recente ha  fatto infuriare l’associazione dei parenti delle vittime dell’11 settembre. Si tratta di un doppio grattacielo unito da una nuvola che ricorda l’impatto degli aerei sulle Torri Gemelle, progettato per essere costruito nella nuova zona finanziaria di Yongsan, a Seul.

Tra i lavori più recenti, invece, il nuovo mercato coperto di Rotterdam (il Markthal) e la nuova biblioteca pubblica di prossima apertura. Di grande effetto e suggestione perchè realizzata su una in vetro che richiama una vera e propria montagna di libri.


OMA – Lo studio è nato nel 75′ ed è situato in tre piani di un grattacielo che sorge a Heer Bokelweg. Tra le creazioni, il  De Rotterdam, multi-grattacielo formato da tre torri collegate e destinate ad uffici, appartamenti, hotel, palestre, negozi e ristoranti.

De Rotterdam, OMA

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Apre a Mlano il cubo-ristorante della discordia

Scritto da: laura il 22 December 2011 – 12:52

The Cube, questo è il nome del cubo-ristorante di Milano con vista su piazza Duomo che ha suscitato molte polemiche negli ultimi giorni.

La temporanea, completamente trasparente, ideata da Electrolux, è composta di lastre di vetro racchiuse da una struttura in alluminio, tagliata al laser. Tutto, pavimento a parte, è bianco candido (opaco e laccato). Il pavimento in legno e il tappeto sotto al tavolo aggiungono un tocco di calore e atmosfera, mentre la terrazza esterna offre una straordinaria visuale sulla città di Milano.
Tutta la struttura ha una superficie di 150 metri quadrati e pesa 60 tonnellate.

Si tratta di un progetto itinerante, prima di Milano The Cube è stato  a Bruxelles, poi andrà a Stoccolma. Fino ad aprile, nei suoi (soli) 18 posti disponibili, ospiterà una serie di cene speciali, preparate da alcuni degli chef italiani più prestigiosi (tutti stellati Michelin) che si alterneranno nelle cucine con cadenza bisettimanale.

L’installazione del cubo ristorante ha generato una serie di polemiche, a causa del forte impatto visivo sulla piazza principale della città. Piazza del Duomo, dominata dalla cattedrale gotica, ricca di edifici monumentali e suggestivi, è  non solo il centro della città, ma anche il luogo più importante dal punto di vista storico, artistico e culturale,  nonché uno dei luoghi preferiti dai milanesi per incontrarsi.

L’idea piaceva al critico Philippe Daverio che dichiarava ancora prima che la struttura venisse completata:

Primo. Sui ponteggi del Duomo abbiamo visto pubblicità orribili. Secondo: la piazza ha già una caotica: l’installazione, purché temporanea, non può peggiorarla.

Voi cosa ne pensate?

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Sofia Architecture Week

Scritto da: Simone il 7 November 2011 – 00:14

senza Limiti

Inaugurata ieri nella capitale della Bulgaria il “Sofia Architecture Week”. Sei giorni ricchi di , incontri, conferenze, proiezioni e workshop, per cercare un nuovo equilibrio tra vecchio e nuovo e tra interessi pubblici e privati negli spazi urbani. Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Partendo dal presupposto che l’architettura sia qualcosa di piú del semplice costruire metriquadri, i due curatori di questa 4° edizione del festival, Ljubo Georgiev (Bulgaria) e Hans Ibelings (Olanda), aprono il Sofia Architecture Week col titolo “Architecture unlimited? – architettura senza limiti?”.

Un titolo che si adatta bene alla città bulgara, che urbanisticamente presenta numerose incoerenze e confusioni. Una città in cui i segni dell’era comunista sono ancora presenti ovunque e si incontrano e scontrano con diverse forme e costruzioni moderne.

L’evento, che si propone da ormai alcuni anni come punto d’incontro e dialogo tra esperti e non, interessati allo sviluppo e ai problemi del settore urbano, si concentra quest’anno sui limiti dell’architettura, sul suo carattere trasformativo e offre un’ampia sezione dedicata alle realtà regionali e alle problematiche dei Balcani.

Al di là del suo carattere prettamente pratico, l’architettura ricopre un ruolo forte e influente sul contesto sociale, culturale ed economico.

L’attuale immagine della capitale bulgara è il risultato del mescolarsi di interessi pubblici, privati e di investitori sia locali che stranieri. Esiste la possibilità di metterli tutti d’accordo e riuscire a creare un equilibrio?

L’era comunista ha profondamente marcato con la sua ideologia l’architettura di questa e molte altre città della regione. I complessi prefabbricati, come quello di “Mladost” a Sofia, incarnazione del passato, sono tutt’ora casa di molti abitanti della città. C’è la possibilità di dar loro una nuova vita, di reinventarli, rinnovarli e renderli adatti al contesto sociale attuale?

Come si presenta l’ in Bulgaria? Quali sono i suoi obiettivi e da quale ideologia è mossa? Si può parlare di architettura sostenibile in Bulgaria?

Col motto “guarda e impara, ma anche “pensa e agisci”, la manifestazione propone una serie di discussioni, mostre, conferenze e diretti interventi sul luogo, workshop per ragazzi e adulti col fine di identificare possibili soluzioni durature a queste ed altre domande.

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La Casa Viola di Antonino Cardillo

Scritto da: Silvia il 24 June 2011 – 15:07

L’ Antonino Cardillo ha condiviso molti concetti complessi metaforici nel web nel corso degli ultimi anni, incorporando fasce spiccatamente simboliche di dialogo architettonico nelle sue proprietà scultoree. Queste sono le prime immagini esclusive dell’ultimo disegno di Cardillo: la Casa Viola nel paesaggio naturale di Pembrokeshire in Galles. Qui, l’architetto spiega l’ispirazione alla base di questa nuova residenza …

Cardillo House

La casa viola

 

“Con il Medioevo, tra il 1130 e 1194, l’Inghilterra e in qualche misura il Galles e l’Irlanda hanno condiviso con la Sicilia un dominio normanno: i mercenari bizantini e i riconoscitori di cultura araba dopo aver catturato la Sicilia hanno introdotto una legame affascinante tra le coste del nord e del Mediterraneo. Facendo la storia britannica per la prima volta fin dall’epoca romana, hanno tolto ancora una volta le isole dall’isolamento. Introducendo il numero zero e molte innovazioni dal Medio-Oriente in Europa – non meno importante riportando antichi manoscritti greci e romani – hanno gettato le basi per la nascita di un’era moderna europea.

 

“Purple House rappresenta un viaggio inconscio e personale nell’eredità normanna: esplorando diversi elementi, seguendo percorsi empiricamente, rievocando le visioni remote, con l’obiettivo di trovare un comune senso perduto: quali sono stati gli scambi dimenticati tra Inghilterra, Galles, Irlanda e Sicilia?

“Circondate da enormi pareti intagliate e coordinate da una facciata interna simmetrica con cupole di cristallo agli angoli, le forme architettoniche indagano su ciò che ci unisce in questa storia. Compatta, complessa, oppressiva, espressionista, la cavità interna di questa scultura a grotta inala luce: una luce che  gonfia le curve e le paratie, si coagula agli angoli e scivola via, tra gli interstizi. Essa illumina un’ampia volta adamantina, creando sfumature e dilatandola.

“Dall’alba al tramonto, la sua retroilluminazione cambia il senso dello spazio e la percezione delle forme: a mezzogiorno offusca le paratie in soggiorno. La luce perfora le aperture trapezoidali scolpite nelle pareti pesanti, vicino al soffitto e si tramuta in lame tagliate da un ingrandito brise-soleil. Al tramonto, tuttavia, la sala oscura. Le parti, ora oscurate, si contrappongono ai riflessi diffusi intorno e dentro la base scavata: sotto una grotta in fiamme, brilla sopra un braciere gigante verso il caveau. Nel corso della luce solare e di scuri scambi di ruolo, interpretando il dramma di un’ monolitica e frammentaria, fatta di pietra, cemento e viola.”

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La torre più alta del mondo?

Scritto da: Silvia il 15 April 2011 – 17:49

Sappiamo che attualmente la torre più alta del mondo si chiama Burj Khalifa, si trova a Dubai ed è stata progettata dallo studio Skidmore Owings and Merrill.

La torre più alta del mondo

La torre più alta del mondo

Ultimamente si vociferava sul web che una nuova torre stava per conquistare il primato. La Saudi Tower in questione doveva essere stata progettata dagli architetti Adrian Smith e Gordon Gill.
A mettere a tacere certe presunte voci è stato Kevin Nance, Direttore degli affari Pubblici, in una dichiarazione esclusiva al WAN.

Nessuna Torre sorpasserà la Burj Khalifa e nessun è stato scelto per un progetto del genere.
I rumors della rete, si sa, spesso mentono e in questo caso hanno inventato sin troppe cose, subito smentite da fonti ufficiali.
Infatti, ancora non si conosce il nome dell’architetto per la prossima torre più alta del mondo e viene smentita ogni voce su un progetto di una “mile-high tower design.”

Dunque il primato resta alla maestosa Burj Khalifa, che detiene ad oggi numerosi record: il più alto grattacielo al mondo all’antenna (828 m), la più alta mai costruita, la più alta ancora in piedi, la a sé stante più alta, edificio con più piani (160), gli ascensori più alti e più veloci al mondo (18 m/s), gettata di cemento più alta per un edificio (606 m), la prima più alta al mondo ad includere appartamenti abitabili, la piattaforma d’osservazione esterna più alta al mondo, l’ascensore con il percorso continuo più lungo al mondo, l’ascensore di servizio più alto al mondo, l’installazione in alluminio e vetro più alta al mondo (512 m).



Articoli casalinghi e per la cucina Alessi

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Critica architettonica e architettur(a)zione del paesaggio – Dalla teoria ai nuovi progetti

Scritto da: Silvia il 23 March 2011 – 16:24

di Paolo Marzano

Nel gennaio del 2005, nella pubblicazione di uno dei tanti scritti di rete, riportavo i risultati di alcune mie ricerche discutendo sulla direzione che la critica architettonica poteva seguire. Trattavo la trasformazione della città, nell’ambito delle nuove tecnologie applicate alla qualità architettonica e ai flussi dei sistemi urbani di comunicazione. Cercai, ricordo, di ampliare le mie osservazioni alle soluzioni strutturali-formali, del periodo. Veniva a comporsi così un percorso, tra e opere pubblicate, in cui le evoluzioni strutturali adottate o le sperimentazioni messe a punto, sottolineavano le possibilità espressive che, grazie all’apporto tecnologico, realizzava una sofisticata integrazione con i ‘segni’ di quel particolare tempo.

Le conquiste tecnologiche, l’avanzamento dell’informatica, la cultura della ricerca architettonica, l’evoluzione dei , le innovazioni nel campo spaziale e del recupero di energia da fonti alternative, hanno contribuito in maniera sostanziale ad evidenziare i grandi passi fatti dall’uomo in questo campo. Dall’insieme di queste componenti fondamentali, conseguiva una lenta naturale ‘preferenza’. Ciò avrebbe preteso nuove intuizioni, nuove visioni che a loro volta avrebbero individuato nuovi comportamenti e nuove scelte per le responsabili decisioni di sviluppo futuro. Studiando e osservando attentamente l’evoluzione di alcune particolari architetture, notavo, infatti, la predominanza di una leggerezza strutturale, accompagnata da una componente tecnico-funzionale che partecipava ad un’alternativa composizione scultorea del paesaggio, unita indissolubilmente al complesso apparato delle reti di cui queste architetture rimangono tutt’ora, metafora calligrafica e verifica fisica, sostanziale. Da allora, sono state numerose le opere, i progetti esaminati e gli scritti sollecitati che la rete ha raccolto. Tutti rispondenti a determinate caratteristiche ed a componenti strutturali che potevano ricondurre a comuni intenti progettuali, secondo una classificazione rispondente a funzioni selezionate, per gli scopi della ricerca che mi ero prefissato di condurre. (2)

L’evoluzione informatica e l’onda ‘mediale’, della quale siamo partecipi e sempre più attenti interpreti, hanno prodotto una notevole accelerazione dei sistemi di comunicazione, di trasferimento delle idee, della pubblicazione delle ricerche e del modo di recepirle, studiarle e perché no, ridiscuterle. A quel tempo, perciò, parlavo di continue e veloci ‘ibridazioni’, capaci di coinvolgere proprio quelle architetture, nate da ricerche sullo spazio architettonico contemporaneo e sul modo di sfruttarlo per migliorare la nostra esistenza o almeno tentare di farlo. I riferimenti teorici storici e bibliografici sono tutti presenti nei miei scritti pubblicati. Era, appunto, il periodo dell’inaugurazione del ponte in Francia di ‘Viaduc millau’.

Come risultato, dunque, arrivavo ad una visione d’insieme di trasformazione del paesaggio e ne chiarivo, diradandone l’immagine che si presentava, nei miei appunti:” … l’alba di una nuova procedura progettuale per la città, indagherà, grazie a queste strutture ‘in quota’, altri spazi come ho sempre sostenuto, con altri parametri dimensionali e ambiti funzionali, la città perderà sempre più i margini e si inoltrerà destrutturandosi, lungo direzionalità nuove, avvilupperà le direttrici stradali, fondendosi con il circostante, ma senza invaderlo. Gli stessi piloni dei viadotti assolveranno ad altre funzioni”. La direttiva rimaneva quella di proiettare possibilità inesplorate su funzioni d’uso già date, magari ‘aggiornate’ e riconvertite dal tempo, quindi, chiamate a strutturare altre realtà urbane. Il mio approccio a questa ricerca arrivava a concretizzarsi secondo strategie possibili per quella che poi, ho definito ‘l’architettur(a)zione’ del paesaggio contemporaneo:“…. sfruttare le lunghe arterie di comunicazione per ricavarne la colonna vertebrale, per esempio, di una fotovoltaica o a pannelli solari o ancora eolica per produrre energia, …. per esempio sfruttando i tracciati autostradali, di linee fotovoltaiche (e non più campi), o i viadotti o le sopraelevate o i ponti, ……(per esempio i pannelli fotovoltaici addossati ai piloni dei viadotti o compattati come le barriere antirumore delle autostrade, oppure pale eoliche applicate tra le campate dei piloni dei viadotti o dei ponti …..)”.(3)

Arriviamo a oggi. Dopo la congestione di immagini e progetti, tanto suadente quanto immaginifica, ma tanto poco reale, dell’equivoco sopravvalutato dell’archistar e della città ‘frammentata’ da ‘logo’, modelli che si sono rivelati incapaci tutt’ora, di riscrivere testi architettonici o di mappare nuove geografie sociali. Arriviamo quindi ad un limite ormai evidente e dichiarato: “Stazioni, ospedali, scuole, interi quartieri sono chiamati ad accogliere ipermercati, negozi, caffè, ecc. al fine di intrecciare sempre più strettamente e totalitariamente il senso dell’abitare con la mercificazione delle esistenze. A quest’urbanesimo esploso non possono rispondere né le gated communities, né mirabolanti grattacieli “brandizzati”, la cementificazione assedia queste nuove eterotopie malinconiche e ci pone dinnanzi al compito urgente di ripensare la creazione di ambiente, l’impronta ecologica, il valore d’uso. La sottrazione costante di spazio pubblico non si traduce unicamente in una privatizzazione dello spazio stesso, quanto in un depotenziamento di vita dei singoli e delle società”. (4)

Evidente, dunque il vuoto intorno alla critica architettonica, annichilita o forse assopita se non assuefatta dalla visione che ha generato tale paradossale realtà. Una distrazione, nell’evoluzione della critica architettonica, che si è limitata a sorvolare su quelle soluzioni urbane isolate incondizionatamente enigmatiche. Nessuna iperbole concettuale, facile invece, se non banale, il riferimento al geniale Aleph di J.L.Borges, quando scrive: ”Cautamente al principio, poi con indifferenza, infine con disperazione, errai per le scale e pavimenti dell’inestricabile palazzo. (In seguito comprovai che la estensione e l’altezza dei gradini erano incostanti, fatto che spiegava la singolare stanchezza che mi produssero.) Questo palazzo è opera degli dèi, pensai in un primo momento. Esplorai gl’inabitati recinti e corressi: Gli dèi che l’edificarono erano pazzi. Lo dissi, ricordo, con un’incomprensibile riprovazione ch’era quasi un rimorso, con più orrore intellettuale che paura sensibile”.(5)

Da Borges riceviamo uno scenario stimolante, a tal proposito, quando descrive gli uomini che, raggiunta l’immortalità, trasformano prima essi in trogloditi e poi la loro città, riducendola in un oggetto incomprensibile e usando “ … insensate complessità costruite secondo un’ mancante d’ogni fine”. Tessere di puzzle architettonici che azzerano l’assemblaggio, negando qualunque “relazionalità” con l’intorno. Non convincono, anzi non l’hanno mai fatto. Ora si affaccia un’opportunità inattesa, non prevista che viene fuori dalla somma di componenti unitesi casualmente; la pratica costruttiva, l’economia dei materiali, la tecnologia del tempo, i regolamenti sullo sviluppo delle fonti di energia alternativa e le riconversioni strutturali delle aree dismesse o comunque soggette a probabili trasformazioni.

Dalle immagini che vedete allegate all’articolo, lo sky-line sta mutando e l’architettura, segue un suo fine, ben strutturato; i collegamenti viari cercano connessioni e si sono ‘attivati’ al recupero di energia.

Una rete ‘sinaptica’ reale, al servizio della città.

La critica architettonica unita alla dinamica intellettuale dell’azione progettuale, genera ambiti di confronto importanti; dall’utopia trae il vitale impulso e dal “carattere distruttivo (abrasivo) del quotidiano” (6) consuma e modifica, la materia prima, della città, condividendone, poi, le poderose risultanze (7). Si arricchisce così, il bagaglio di inattese potenzialità sempre più collaboranti funzionanti da innesco per la costruzione di nuovi scenari urbani. La critica architettonica dunque, come un vero e proprio sensore organico, segnala ‘movimenti’ rizomatici che vanno oltre la realtà apparente delle cose. (8) Occorre riconfigurare la città diventata ‘diffusa’ o come ritengo si possa ridefinire “esterna” (9), reinterpretandola come un sistema di collegamenti e relazioni urbane innervatesi secondo direttrici ‘energetiche’ e ramificazioni funzionali nuove. Da questi ultimi progetti (2011) vengono fuori i primi interessanti risultati; eccoli dunque i piloni eolici dell’altissimo viadotto, le pale del sistema ibrido (eolico/solare) progettato da Francesco Colarossi, Giovanna Saracino e Luisa Saracino sfruttano le correnti d’aria che si incanalano nel tratto della costa calabrese compresa tra Scilla e Bagnara, e sfociano verso il mare, il People Mover progettato per la città di Bologna è un sistema di trasporto di tipo innovativo dal punto di vista tecnologico, nella regolazione della circolazione nonché nelle caratteristiche architettoniche, poi il primo grattacielo al mondo ad integrare turbine eoliche nel proprio design è il Bahrain World Trade Center, negli Emirati Arabi o ancora il modulo ad albero eolico Power flower ad Amsterdam.

Il profilo di una città diversa è in/formazione, gli organi che la costituiranno nascono dall’evoluzione delle tecnologie applicate all’architettura, dalle teorie derivate da una storia ricca di spunti ancora tutti da verificare e rivalutare come spazi tenuti chiusi, da riattivare.” (10)

Luoghi, dunque, caratterizzanti, conformi a nuove destinazioni d’uso, per inattese esaltanti potenzialità che solo il tempo ha lasciato scoprire d’altronde conoscevamo quanto già scritto da Kubler, “La nostra capacità di accettare nuove conoscenze è strettamente limitata dalle condizioni di conoscenza esistente […] Più sappiamo e più siamo capaci di accettare nuove conoscenze […]. Per lunghi periodi intermedi una sequenza formale (spazio architettonico) può apparire inattiva, semplicemente perché non esistono ancora le condizioni tecniche per il suo risveglio. […] In qualsiasi momento, l’originalità, è limitata entro questi stretti confini, cosicchè nessuna invenzione oltrepassa il potenziale della propria epoca. Può accadere che, un’invenzione (intuizione) sembri toccare il limite massimo delle possibilità, ma se oltrepassa quella zona di penombra essa è destinata a restare un giocattolo curioso o a scomparire nel mondo dei sogni” (corsivo mio). (11)

Sarà compito della critica architettonica, sollecitare le nuove potenzialità concettuali, per una maggiore forza espressiva conquistata e per arricchire il tavolo da laboratorio della ricerca architettonica, di sofisticati strumenti sempre più capaci di tradurre la colta sensibilità, supportata dalla tecnologia, in preziosissima ‘qualità di vita’, per l’uomo contemporaneo.

Non sappiamo se il futuro dell’architettura muoverà la sua attenzione verso “installazioni” organiche ….o ibriderà i sostegni delle reti viarie (piloni dei viadotti e dei ponti) riconvertendoli in supporti per pannelli fotovoltaici….” Gli stessi piloni dei viadotti assolveranno ad altre funzioni. La direttiva rimane quella di proiettare possibilità inesplorate su funzioni d’uso riconvertite dal tempo e chiamate ad altri scopi … sfruttare le lunghe arterie di comunicazione per ricavarne la colonna vertebrale, per esempio, di una struttura fotovoltaica o a pannelli solari o ancora eolica per produrre energia, …. per esempio sfruttando i tracciati autostradali, di linee fotovoltaiche (e non più campi), o i viadotti o le sopraelevate o i ponti, ……(per esempio i pannelli fotovoltaici addossati ai piloni dei viadotti o compattati come le barriere antirumore delle autostrade, oppure pale eoliche applicate tra le campate dei piloni dei viadotti o dei ponti …..”. Tratto da alcuni scritti del gennaio 2005 – maggio 2007.

Dopo aver letto il brano, oggi, in pieno 2011 osservate per esempio i risultati del concorso sul ”PARCO SOLARE SUD/SOUTH SOLAR PARK” visibili al link:

http://www.newitalianblood.com/solarparksouth/

Note e riferimenti alle immagini:

(1) Paolo MARZANOCome “Ibridazioni” volevano dimostrare. L’Architettura … in quota! gennaio 2005

http://www.costruzioni.net/comeibridazionivoldimostrare.htm

(2) Paolo MARZANOIbridazioni III Capitolo – Sulle nuove fonti di energia alternative per la progettazione – marzo 2006

http://www.costruzioni.net/articoli/architetturazione/architetturazione.htm

http://www.edilweb.it/modules.php?name=News&file=article&sid=50

http://www.newitalianblood.com/showt.pl?id=1144&from=rss

http://www.costruzioni.net/comeibridazionivoldimostrare.htm

(3) Paolo Marzano L’Architettur(a)zione del paesaggio contemporaneo – Richiami di Neue sachlichkeit (Nuova oggettività) dell’urbano a venire” – in “5 edifici ecocompatibili a ”, progettati dall’arch. Andrea Giunti – De Luca editori d’arte – maggio 2007

(4) Mllepiani Urban n.3, Critica della ragione urbana, collana eterotopia dell’Associazione Culturale Eterotorpia, Milano 2011

(5) Jorge Luis BORGES, L’Aleph, Feltrinelli, Milano marzo 2005

(6) Walter BENJAMIN, Il carattere distruttivo – L’orrore del quotidiano, in Millepiani Mimesis n.4, Associazione Culturale Mimesis, Milano 2005.

(7) Paolo MARZANO, Sublimi transitorietà – ricognizione riflessiva di alter-azioni ancora percepibili dei corpi architettonici, in Architettare.it e in anche in Millepiani URBAN – architettura urbanesimo estetica

http://www.alessandrogagliardi.it/urban/

(8) Paolo MARZANO, Ecologia urbanica – genesi dell’uomo sensore, in Architettare.it, anche in Millepiani URBAN – architettura urbanesimo estetica

(9) Paolo MARZANO, Porosità del pluriurbano – Alle soglie della città esterna, in Architettare anche in Millepiani URBAN – architettura urbanesimo estetica
e in Paolo Marzano, Le città e(s)terne, in Experience n.7/0, Edizioni Mattioli 1885 s.p.a., Fidenza, 2005.

(10) Paolo MARZANO, Memorie’ digitali … per l’architettura – Un approccio sperimentale a spazi urbani ritrovati, II Volume della rivista di Arte e Cultura “Kunstwollen – Architetture Salentine, Edizioni Esperidi aprile 2010

(11) George KUBLER, La forma del tempo – La storia dell’arte e delle cose, Einaudi Torino 1989

Immagini di riferimento e link di approfondimento:

- Ponte eolico sulla Salerno-Reggio Calabria

http://italianvalley.wired.it/news/ambiente/solar-wind-salerno-reggio-calabria.html

- Nastro di energia People Mover, Bologna

http://www.architettare.it/people-mover-bologna.html

- Grattacielo sostenibile. Il primo con turbine eoliche integrate

http://www.architetturaecosostenibile.it/architettura/nel-mondo/grattacielo-sostenibile-turbine-eoliche-integrate-153.html

- Albero eolico “Power Flower”, Amsterdam

http://www.tentaculus.it/design/2011/03/power-flower-dal-paese-dei-mulini-a-vento/

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Quando l’architettura diventa sensazionale

Scritto da: Simone il 11 June 2010 – 11:53

Una collettiva che si inserisce nel contesto della Festa dell’ di e che raccoglie opere video, video-installazioni e fotografie di Mark Lewis, Spencer Tunick, Andrea Garuti e Isidro Ramires, quattro affermati artisti internazionali che hanno dedicato il loro lavoro di ricerca al paesaggio industriale e alle aree urbane.

All’ Parco della Musica dal 16 giugno all’1 luglio con ingresso libero.

Info: tel. 063333390;

www.festarchitetturadiroma-lac.it

Festa dell’Architettura di Roma 2010Eventi Collaterali

Laboratorio Gallery

LUCE FORMA /VISIONI URBANE

Calendario Eventi

16-29 giugnoAuditorium Parco Della Musica – Auditorium Arte
viale Pietro De Coubertin, Roma

Sensational Architecture a cura di Camilla Boemio
artisti: Mark Lewis, Spencer Tunick, Andrea Garuti, Isidro Ramirez

10 giugno ore 18:30

Auditorium Parco Della Musica – Sala Petrassi
viale Pietro De Coubertin, Roma

Proiezione di Newcastle Gateshead, England di Spencer Tunick

16 giugno ore 18:00

Auditorium Parco Della Musica – Auditorium Arte
viale Pietro De Coubertin, Roma

Inaugurazione della mostra Sensational Architecture; a seguire incontro con Enrico Ghezzi ed Emiliano montanari. Moderatore: Andrea Salvatici

17 giugno ore 10:00

Acquario Romano
piazza Manfredo Fanti, 47

Giornata di studi: Visioni Urbane /

20 ottobre ore 10:00

Quadriennale di Roma
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L’azienda? E’ arte

Scritto da: Simone il 27 December 2009 – 15:27

contemporanea al posto dei capannoni. Una mostra a Vicenza

Il caso più famoso è quel lo della Nardini: la fabbri ca di grappe di Bassano, che commissionò a Massi miliano una nuova se­de, poi realizzata nel 2004: sor sero le due «bolle» di vetro so­spese, divenute un vero audito rium dove ospitare i turisti eno­gastronomici, con vista a 360 gradi sul monte Grappa. Lentamente negli ultimi die ci anni esempi di questo tipo si sono moltiplicati, trasforman do anonime zone industriali (se ne contano 2500 in Veneto) in sprazzi di architettura con­temporanea. La mostra «Archi tetture d’impresa», inaugurata giovedì allo spazio Lamec nella Ba silica palladiana, a Vicenza, ne seleziona quindici, costruite dal 1998 al 2008.

Gli architetti qui esposti sono tutti dell’area veneta, e in questi lavori pretta mente industriali si dimostra no molto aggiornati sulle solu zioni della contemporaneità – dice uno dei due curatori, il cri tico Marco Mulazzani – . Alcuni edifici sono recuperi e amplia menti di capannoni già esisten ti. La ricerca è verso un’immagi ne architettonica che sempre più coincide con l’immagine dell’azienda, e allo stesso tem po verso un luogo di lavoro che deve essere abitabile, sia per i lavoratori che i clienti.

Lo studio Traverso-Vighy, ad esempio, ha costruito il nuo vo showroom dell’azienda Spi di Sport, a Meledo di Sarego, in torno a una corte verde. Un quadrato di prato con al centro una , circondato da ve trate e pareti in hi-te ch, in un edificio concepito co me una «teca» in vetro. Nel l’enorme ampliamento dello stabilimento Telwin, a Villaver la, gli architetti Chilò, Calore e Girardin trasformano un mono tono capannone in un monoli te punteggiato da «segni» ar chitettonici e paesaggistici: la pensilina che copre lo spazio carico-scarico è sostenuta da una serie di tiranti collegati ad alti pilastri bianchi; la facciata in legno e vetro è contornata da due cornici di cemento che si protendono verso la strada. All’opposto, alla Sonus Faber di Arcugnano lo studio ASA Al banese il luogo di lavoro è pro tetto da una membrana di do ghe di legno teak: i laboratori, dove si costruiscono e progetta no diffusori acustici, dall’ester no assumono l’aspetto di uno strumento musicale.

E’ la stessa forma della pianta ad ispirarsi a quella di un liuto o di un violino, mentre anche qui c’è spazio per il riposo, con un cor tile dove cresce il bambù. Si ar riva poi al «cubo» nero che ospita il magazzino Dainese, un vero «landmark» per chi passi per Vicenza lungo l’auto strada A4. I pannelli di zinco ti tanio ossidato nero assorbono la luce e creano una imponente massa opaca. E poi il nuovo sta bilimento della Diesel a Molve na, la sede quasi futurista della Bisazza, con mosaici d’autore che la trasformano in un mu seo. Flavio Albanese, e direttore della rivista Domus, spiega: «Il problema non è più “dove metto il macchinario”, ma “cosa ci costruisco intor no”? Nell’800 l’industriale con la sua fabbrica definiva una nuova forma urbis. Oggi inve ce l’imprenditore, non poten do o volendo più intervenire nella città, trasferisce diretta mente tutti gli elementi tipici della città dentro il suo manu fatto industriale. Gli atrii sono concepiti come piazze». E i tan ti capannoni rimasti vuoti? «Troviamo il coraggio di buttar li giù e piantarci un bosco».

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