Architettura contemporanea al posto dei capannoni. Una mostra a Vicenza
Il caso più famoso è quel lo della Nardini: la fabbri ca di grappe di Bassano, che commissionò a Massi miliano Fuksas una nuova sede, poi realizzata nel 2004: sor sero le due «bolle» di vetro sospese, divenute un vero audito rium dove ospitare i turisti enogastronomici, con vista a 360 gradi sul monte Grappa. Lentamente negli ultimi die ci anni esempi di questo tipo si sono moltiplicati, trasforman do anonime zone industriali (se ne contano 2500 in Veneto) in sprazzi di architettura contemporanea. La mostra «Archi tetture d’impresa», inaugurata giovedì allo spazio Lamec nella Ba silica palladiana, a Vicenza, ne seleziona quindici, costruite dal 1998 al 2008.
Gli architetti qui esposti sono tutti dell’area veneta, e in questi lavori pretta mente industriali si dimostra no molto aggiornati sulle solu zioni della contemporaneità – dice uno dei due curatori, il cri tico Marco Mulazzani – . Alcuni edifici sono recuperi e amplia menti di capannoni già esisten ti. La ricerca è verso un’immagi ne architettonica che sempre più coincide con l’immagine dell’azienda, e allo stesso tem po verso un luogo di lavoro che deve essere abitabile, sia per i lavoratori che i clienti.

Lo studio Traverso-Vighy, ad esempio, ha costruito il nuo vo showroom dell’azienda Spi di Sport, a Meledo di Sarego, in torno a una corte verde. Un quadrato di prato con al centro una betulla, circondato da ve trate e pareti in materiali hi-te ch, in un edificio concepito co me una «teca» in vetro. Nel l’enorme ampliamento dello stabilimento Telwin, a Villaver la, gli architetti Chilò, Calore e Girardin trasformano un mono tono capannone in un monoli te punteggiato da «segni» ar chitettonici e paesaggistici: la pensilina che copre lo spazio carico-scarico è sostenuta da una serie di tiranti collegati ad alti pilastri bianchi; la facciata in legno e vetro è contornata da due cornici di cemento che si protendono verso la strada. All’opposto, alla Sonus Faber di Arcugnano lo studio ASA Al banese il luogo di lavoro è pro tetto da una membrana di do ghe di legno teak: i laboratori, dove si costruiscono e progetta no diffusori acustici, dall’ester no assumono l’aspetto di uno strumento musicale.
E’ la stessa forma della pianta ad ispirarsi a quella di un liuto o di un violino, mentre anche qui c’è spazio per il riposo, con un cor tile dove cresce il bambù. Si ar riva poi al «cubo» nero che ospita il magazzino Dainese, un vero «landmark» per chi passi per Vicenza lungo l’auto strada A4. I pannelli di zinco ti tanio ossidato nero assorbono la luce e creano una imponente massa opaca. E poi il nuovo sta bilimento della Diesel a Molve na, la sede quasi futurista della Bisazza, con mosaici d’autore che la trasformano in un mu seo. Flavio Albanese, architetto e direttore della rivista Domus, spiega: «Il problema non è più “dove metto il macchinario”, ma “cosa ci costruisco intor no”? Nell’800 l’industriale con la sua fabbrica definiva una nuova forma urbis. Oggi inve ce l’imprenditore, non poten do o volendo più intervenire nella città, trasferisce diretta mente tutti gli elementi tipici della città dentro il suo manu fatto industriale. Gli atrii sono concepiti come piazze». E i tan ti capannoni rimasti vuoti? «Troviamo il coraggio di buttar li giù e piantarci un bosco».
