In gara idee progettuali di fabbricati civili.

L’azienda Emmedue Spa, operante nel campo delle soluzioni tecnologiche efficaci per l’edilizia,con il patrocinio della Facoltà di Architettura dell’Università IUAV di Venezia, ha lanciato un concorso di idee per la realizzazione di un’idea di progetto che meglio interpreti il sistema costruttivo EMMEDUE.

Lo scopo che si intende perseguire è finalizzato alla raccolta di idee relativamente a ipotesi progettuali di fabbricati civili.

Si prevedono due categorie di partecipazione e precisamente edifici isolati e edifici aggregati (per edificio si intende in questo caso la singola unità immobiliare).

La destinazione d’uso sarà di tipo residenziale (abitazioni, residence, etc). E’ lasciata libertà sulle soluzioni compositive, superfici, volumi, altezze, etc.

L’ambito del concorso è ristretto agli studenti regolarmente iscritti alla Facoltà di Architettura.

La partecipazione può essere individuale o di gruppo, i concorrenti possono partecipare a entrambe le categorie di concorso.

Uno stesso concorrente non può far parte in più di un gruppo né partecipare contemporaneamente in forma singola e associata pena l’esclusione dal concorso sia del singolo individuo che di tutti i componenti del gruppo.

I concorrenti dovranno far pervenire gli elaborati entro il prossimo 31 gennaio 2010.

Il concorso si concluderà con la definizione di una graduatoria di merito, sulla base della quale saranno nominati due vincitori, uno per categoria.

Sono previsti i seguenti premi:
- 1° Premio concorso “edifici isolati”: un contributo di euro 750,00;
- 1° Premio concorso “edifici aggregati”: un contributo di euro 750,00.

Inaugurato il grattacielo più alto al mondo: 828m di vetro, acciaio e cemento.

Il miracolo di ingegneria è compiuto: a Dubai oltre 800 metri di acciaio, vetro e cemento - visibili da ben 95 Km di distanza - diventano realtà conquistando il guinness dei primati. Ufficialmente inaugurato ieri sera, nel giorno del quarto anniversario della ascesa al trono dello sceicco Mohammed Bin Rashid Al Maktoum, il Burj Dubai strappa il record al Taipei 101 di Taiwan (508 m) diventando il grattacielo più alto al mondo. Firmato dagli architetti dello studio di Chicago SOM - Skidmore, Owings & Merrill LLP e promosso dal colosso immobiliare Emaar, il progetto record è riuscito a resistere anche alla recente bolla immobiliare-finanziaria che ha avuto come epicentro proprio la capitale degli Emirati Arabi. Una serata di grande festa, celebrata con spettacolari fuochi d’artificio e proiezioni laser, e seguita in diretta da circa 2 milioni di spettatori.

La “torre del deserto” vanta misure sconcertanti: 160 piani per 828 metri di altezza (se si include la guglia), con una superficie di 334mila metri quadrati e 58 ascensori che viaggiano ad una velocità di 10 metri al secondo. All’interno trovano spazio uffici, centri commerciali ed appartamenti di lusso, nonché il primo Armani Hotel al mondo (dal 37° al 45° piano) con 160 stanze e 3mila mq di sale conferenze e spazi per eventi. L’Hotel Armani aprirà ufficialmente il 18 marzo prossimo. Un belvedere al 124° piano, la piattaforma di osservazione più elevata sino ad ora realizzata, offre una spettacolare vista di Dubai a 360 gradi.
L’ambizioso progetto – al quale hanno lavorato oltre 380 ingegneri – è stato costruito in cinque anni ed ha comportato una spesa di oltre 4 miliardi di dollari. Sono stati impiegati circa 45mila metri cubi di calcestruzzo, 330mila tonnellate di cemento e 31400mila tonnellate di acciaio.
Il design strutturale a nido d’ape, con molti elementi di rinforzo simili a quelli della struttura dei velivoli, è stato realizzato con ben 430mila mq di pareti, pari ad una superficie doppia rispetto a quella dei solai.

Di chiara ispirazione islamica, la geometria del Burj Dubai ricorda il fiore del deserto, tipico della regione. La torre si compone di tre elementi in vetro e calcestruzzo che si sviluppano attorno ad un nucleo centrale salendo verso il cielo come scalini. Un arretramento su ciascun elemento snellisce il corpo dell’edificio man mano che questo continua la sua ascesa nello skyline. Giunto all’estremità, il cuore della torre emerge come uno stelo d’erba.
La base particolarmente larga della torre – a forma di Y – consente di ridurre l’impatto delle correnti d’aria dovute ai vortici che spesso nascono nelle zone più alte dei grattacieli.
“Il sistema strutturale – spiega Bill Baker dello studio SOM – può essere definito un nucleo di sostegno a sei lati in cui ciascuna ala, con il suo nucleo in cemento altamente performante e le colonne perimetrali, sostiene le altre”.

Sono oltre mille i progetti di architettura all’interno di “Atlas dell’architettura mondiale del XXI secolo”, pubblicato da Phaidon. Nato dopo il successo della prima edizione, pubblicata nel 2004, questo volume non vuole essere solo un ampliamento ma un lavoro totalmente nuovo per edifici, architetti, immagini, mappe, progetti e disegni, presi in esame dagli esordi del XXI secolo fino ad oggi.
Tra le novità, l’edizione del testo in lingua italiana – quella del 2004, in inglese, ha venduto oltre diecimila copie solo in Italia – e l’inserimento delle coordinate geografiche per individuare gli edifici con google earth, attraverso il sito della stessa casa editrice.
Aprono il volume quattro mappe rielaborate dalla London School of Economics sulla base dei dati raccolti, che illustrano una sintesi di tendenze e cambiamenti del mondo dell’architettura, dalle connessioni tra architetti e progetti a quelle tra progetti e densità di popolazione, dal rapporto tra impatto ambientale e cambiamenti climatici a quello tra spesa per nuove costruzioni e reddito pro capite di ogni nazione.
Con un ricco corredo di immagini ed informazioni e tecniche sui dettagli costruttivi delle singole opere, il testo passa in rassegna le architetture più interessanti del secolo, affiancando archistar ad architetti poco noti al di fuori dei confini nazionali, ma comunque di grande rilievo.
Per appassionati e studiosi di architettura e design, ma anche per curiosi che abbiano voglia di guardarsi intorno in modo più consapevole.

27
Dic

L’azienda? E’ arte

Scritto da: admin

 

Architettura contemporanea al posto dei capannoni. Una mostra a Vicenza

Il caso più famoso è quel lo della Nardini: la fabbri ca di grappe di Bassano, che commissionò a Massi miliano Fuksas una nuova se­de, poi realizzata nel 2004: sor sero le due «bolle» di vetro so­spese, divenute un vero audito rium dove ospitare i turisti eno­gastronomici, con vista a 360 gradi sul monte Grappa. Lentamente negli ultimi die ci anni esempi di questo tipo si sono moltiplicati, trasforman do anonime zone industriali (se ne contano 2500 in Veneto) in sprazzi di architettura con­temporanea. La mostra «Archi tetture d’impresa», inaugurata giovedì allo spazio Lamec nella Ba silica palladiana, a Vicenza, ne seleziona quindici, costruite dal 1998 al 2008.

Gli architetti qui esposti sono tutti dell’area veneta, e in questi lavori pretta mente industriali si dimostra no molto aggiornati sulle solu zioni della contemporaneità – dice uno dei due curatori, il cri tico Marco Mulazzani - . Alcuni edifici sono recuperi e amplia menti di capannoni già esisten ti. La ricerca è verso un’immagi ne architettonica che sempre più coincide con l’immagine dell’azienda, e allo stesso tem po verso un luogo di lavoro che deve essere abitabile, sia per i lavoratori che i clienti.

Lo studio Traverso-Vighy, ad esempio, ha costruito il nuo vo showroom dell’azienda Spi di Sport, a Meledo di Sarego, in torno a una corte verde. Un quadrato di prato con al centro una betulla, circondato da ve trate e pareti in materiali hi-te ch, in un edificio concepito co me una «teca» in vetro. Nel l’enorme ampliamento dello stabilimento Telwin, a Villaver la, gli architetti Chilò, Calore e Girardin trasformano un mono tono capannone in un monoli te punteggiato da «segni» ar chitettonici e paesaggistici: la pensilina che copre lo spazio carico-scarico è sostenuta da una serie di tiranti collegati ad alti pilastri bianchi; la facciata in legno e vetro è contornata da due cornici di cemento che si protendono verso la strada. All’opposto, alla Sonus Faber di Arcugnano lo studio ASA Al banese il luogo di lavoro è pro tetto da una membrana di do ghe di legno teak: i laboratori, dove si costruiscono e progetta no diffusori acustici, dall’ester no assumono l’aspetto di uno strumento musicale.

E’ la stessa forma della pianta ad ispirarsi a quella di un liuto o di un violino, mentre anche qui c’è spazio per il riposo, con un cor tile dove cresce il bambù. Si ar riva poi al «cubo» nero che ospita il magazzino Dainese, un vero «landmark» per chi passi per Vicenza lungo l’auto strada A4. I pannelli di zinco ti tanio ossidato nero assorbono la luce e creano una imponente massa opaca. E poi il nuovo sta bilimento della Diesel a Molve na, la sede quasi futurista della Bisazza, con mosaici d’autore che la trasformano in un mu seo. Flavio Albanese, architetto e direttore della rivista Domus, spiega: «Il problema non è più “dove metto il macchinario”, ma “cosa ci costruisco intor no”? Nell’800 l’industriale con la sua fabbrica definiva una nuova forma urbis. Oggi inve ce l’imprenditore, non poten do o volendo più intervenire nella città, trasferisce diretta mente tutti gli elementi tipici della città dentro il suo manu fatto industriale. Gli atrii sono concepiti come piazze». E i tan ti capannoni rimasti vuoti? «Troviamo il coraggio di buttar li giù e piantarci un bosco».

27
Dic

Nuova e vecchia Amsterdam

Scritto da: admin

 

Si è concluso nelle scorse settimane il concorso Open Fort 400, indetto ai primi di giugno per individuare un piano mirato al rilancio dell’area portuale a Nord di Amsterdam: la competizione, incentrata sul progetto di “un edificio e uno spazio pubblico sulle rive nordoccidentali” del fiume IJ (openfort400.nl), ha raccolto 100 adesioni entro il 12 agosto e, dopo la definizione della lista ristretta - comunicata in settembre - ha portato alla scelta (architectmagazine.com) delle soluzioni presentate dai raggruppamenti Open Frame (Elastik e Mat Studio) e New York 5 (HWKN, L.E.FT, PARA-project, Phu Hoang Office con Rachely Rotem Studio e WORKac).

Il legame tra la capitale olandese e la Grande Mela ha ispirato le tematiche del bando, proposto in occasione del quarto centenario dalla fondazione di New Amsterdam, ovvero del nucleo secentesco a partire dal quale si sviluppò la città più tardi ribattezzata New York dagli inglesi (it.wikipedia.org). Architetti e pianificatori sono stati chiamati a ipotizzare un nuovo “bastione”, riferibile al Fort Amsterdam che nella colonia sull’isola di Manhattan “offriva libertà di spazio per la crescita dell’insediamento e per la sua progressiva trasformazione in un centro mondiale di diversità culturale e conoscenza” (openfort400.nl).

I New York 5, supervisionati dallo studio di Rotterdam Stereo Architects, hanno interpretato l’idea di un forte da ricreare nella “vecchia” Amsterdam, definendo un grande cubo vetrato contenente cinque torri di uffici, “ognuna derivata dalla citazione di qualche aspetto delle forme urbane di New York” (architectmagazine.com) - per esempio, le scale antincendio. Open Frame ha immaginato invece un complesso per manifestazioni all’aperto e al coperto, articolato in “una struttura terrazzata… composta di piani angolati, piroettanti, con alcune superfici colorate da un brillante, saturato rosso” (openfort400.nl).

17
Dic

 

CORSO DI ALTA FORMAZIONE ORGANIZZATO DA POLI.DESIGN CONSORZIO DEL POLITECNICO DI MILANO IN COLLABORAZIONE CON ASSOCOMAPLAST
LO SVILUPPO PROGETTUALE DELL’OGGETTO DA PRODURRE IN PLASTICA

Inizio del corso: 15 gennaio 2010
Durata: 140 ore
Frequenza: venerdì e sabato

Sito internet del corso: www.polidesign.net/dfp

POLI.design, con il patrocinio di ASSOCOMAPLAST, l’Associazione Nazionale Costruttori di Macchine e Stampi per Materie Plastiche e Gomma, e il supporto di FEDERCHIMICA – PLASTICSEUROPE ITALIA presenta la 4^ edizione del corso di alta formazione in Design for Plastics.

Un corso dedicato alla gestione e allo sviluppo progettuale del prodotto da realizzare in materia plastica. Ispirato ai principi del “design for X” – concetto dal quale sono nate le più moderne strategie di produzione industriale – il corso ha l’obiettivo di costruire una figura d’elevata professionalità. Il design manager che verrà formato sarà in grado di gestire autonomamente le fasi di progettazione e di sviluppo del prodotto in materiale polimerico, sia sul piano culturale che tecnico-scientifico, nonché di seguirne i processi di
prototipazione e di fabbricazione.

Contenuti didattici:
Modulo 1: “Cultura delle Materie Plastiche”
- Storia e Cultura dell’Oggetto in Plastica
- Il Design Contemporaneo dell’Oggetto in Plastica
- Materie Plastiche e Scenari Socio-Ambientali
- Scienza dei Materiali Polimerici
- Design for Plastics e Tecnologia delle Materie Plastiche
- Elementi di Ingegneria dei Materiali Polimerici

Modulo 2: Laboratorio “Design for Plastics”
- Laboratorio di Design
- Laboratorio di Rapid Prototyping

Modulo 3: “CAD design for plastics”
- Modellazione del Componente

I candidati dovranno inviare il proprio curriculum a formazione@polidesign.net entro il 10 gennaio 2010.

Lezioni si svolgeranno presso la sede di POLI.design, via Durando 38/a, Milano – Bovisa.

Per informazioni:
Ufficio coordinamento corsi POLI.design
Consorzio del Politecnico di Milano
Via Durando 38/A Milano
Tel +39 022399 5911
Fax +39 022399 7217
formazione@polidesign.net

www.polidesign.net
www.polidesign.net/dfp (sito del corso)

NONO’: NO-seduta e NO-sgabello! Questo è NONO’, un perfetto ibrido tra seduta e sgabello riproposto in chiave contemporanea.
L’idea è del giovane designer Stefano Soave, bresciano, appena 22enne, che ha analizzato i nuovi modi di sedersi dei giovani, pronti a trovare appoggi ovunque e trasformare qualsiasi cosa-appoggio in seduta.
Da questa analisi nasce NONO’ un nuovo tipo di seduta ischiatica. Questo genere di seduta consente alla persona di appoggiare il bacino (ischio) in posizione semi seduta e di scaricare parzialmente il peso del corpo con conseguente beneficio (riduzione di affaticamento) nello stazionamento in situazioni di attesa temporanee (ad esempio alle fermate dei mezzi pubblici o ai bar). Un tripode che evoca vagamente lo starckiano W.W. Stool, riproposto con un design più sinuoso e molto meno aggressivo (e aggiungerei anche più comodo!) anche se lui stesso dichiara di essere stato ispirato dalle sedie Sella di Achille e Piergiacomo Castiglioni e la mitica Sedia per visite brevi di Bruno Munari.
Con la sua versatilità e i suoi 70 cm (punto d’appoggio) NONO’ può essere utilizzato in diversi modi, come si vede dalle foto, trasportato facilmente grazie al suo peso ridotto e al particolare foro ricavato tra la seduta e il piccolo schienale. Una volta impilata può essere riposta in spazi ridotti. Per ora NONO’ è un prototipo realizzato in legno, ma il prodotto finito sarà realizzato in polipropilene con lo stampaggio a iniezione assistito a gas.
Devo dire che trovo NONO’ un bellissimo prodotto, ben studiato e ricercato. Faccio i miei complimenti a Stefano che, seppure giovanissimo, ha realizzato un prodotto che trovo già maturo e pronto per la realizzazione!

14
Dic

 

Il progetto dell’architetto anglo-israeliana: in plexiglas sospesa tra cielo, terra e mare. I lavori erano stati sospesi.

SALERNO — Sta prendendo forma l’ostrica di plexiglas sospesa tra cielo, terra e mare che l’architetto anglo-israeliana ha immaginato come sede dell’avveniristica Stazione marittima di Salerno. I lavori, che erano iniziati nel 2005 e che avevano subi to una battuta d’arresto a causa dell’abban dono del cantiere da parte dell’impresa ag giudicataria dell’appalto, stanno proceden­do speditamente e, se non ci saranno ulte riori intoppi, l’opera potrà essere ultimata entro il 2010. L’Ati Passarelli-Comi è la dit­ta che sta realizzando un gioiello d’architet tura già noto negli ambienti del design in ternazionale. Non è un caso che il progetto ha ricevuto ampi consensi alla Biennale di Architettura di Venezia. Da quel po’ che si riesce a scorgere dalla struttura che attual mente somiglia allo scafo di una nave è confermato lo stile di Hadid che tende non solo al guizzo creativo ma anche alla fun zionalità.

Il progetto prende forma dalla connessione di tre elementi principali: gli uffici della sezione amministrativa, il ter minal per i traghetti, ed il terminal per le navi da crociera. I passeggeri acquisteran no i biglietti al piano terra e poi, attraverso delle rampe, raggiungeranno il livello su­periore dove li aspetterà la nave. La Stazione marittima rientra nel ridise gno più ampio e complesso del waterfront salernitano che ha in piazza della Libertà e nel Crescent i suoi due punti di forza.

Pro prio stamattina alle 11 il sindaco di Saler no Vincenzo De Luca accompagnerà i gior­nalisti in una visita al cantiere per la realiz zazione di Piazza della Libertà nell’area di Santa Teresa sul lungomare di Salerno. La prima fase dei lavori vede in corso la realiz zazione dei parcheggi sotterranei, della passeggiata a mare e della piazza vera e propria. Nel corso della visita saranno illu­strati nel dettaglio le tecniche ed il crono programma dei lavori e si potranno verifi care i lavori già eseguiti.

Da: LaStampa.it

I dilemmi d’un addetto ai lavori:

“Come progetto un palazzo se non so nulla di chi lo abiterà?”

ALESSANDRA IADICICCO
PARIGI
Quale architetto il mio problema è capire come assumersi la responsabilità di progettare un palazzo sapendo poco o nulla dei suoi fruitori. E capire quando è il momento di fermarsi per lasciare spazio alle loro scelte». È l’architetto Yona Friedman a sintetizzare così in una battuta il nucleo del suo pensiero. Autocostruzione degli edifici da parte degli abitanti? Autopianificazione delle città da parte dei cittadini? Non esattamente. Ma quasi. Nell’ultimo libro, il genio delle Utopie realizzabili (titolo del suo capolavoro teorico, tradotto in Italia da Quodlibet) arriva a ipotizzare una Architettura di sopravvivenza (Bollati Boringhieri, pp. 168, e16) che rischia di compromettere la sopravvivenza dell’architettura. Non stiamo giocando con le parole. Una consequenzialità rigorosa lega il primo testo al secondo: l’idea di una «Architecture de survie», dettata dai bisogni, le esigenze, i desideri di chi ha l’urgenza di fruirne, è un corollario dell’ipotesi utopica, ultrademocratica di una «architettura dal basso» non solo voluta e pensata per i suoi utenti, ma ottenuta e realizzata da loro.

L’«Utopia», insomma, si realizza togliendo di mezzo la figura dell’architetto? Suona molto utopico e poco realizzabile. Ma il vecchio Friedman - ebreo ungherese fuggito negli anni Quaranta dall’Europa delle leggi razziali, rifugiato nell’Israele ancora tutto da costruire, docente in Usa, collaboratore di Onu e Unesco, ricercatore in Africa e India e ormai da anni cittadino francese - cerca da sempre una mediazione con la realtà. Ed è nel suo domicilio parigino che lo raggiungiamo.

Tenendo conto della variabile delle scelte degli abitanti, dove si ferma l’architetto? Sopravvive la sua competenza tecnica là dove scelte e decisioni sono dettate da condizioni estreme di sopravvivenza?

«Credo che in tutti i casi, estremi o anche no, la civiltà sia un mezzo di sopravvivenza. A differenza delle altre specie animali, l’uomo per sopravvivere ricorre a strumenti che prolungano sue capacità fisiche, crea e utilizza artefatti, si costruisce rifugi. Un edificio è uno strumento multifunzionale: protegge dal freddo, difende dalle aggressioni… Architettura è più che costruzione di edifici: la si ritrova in ogni civiltà, anche là dove non vi sono architetti. È ben più che una competenza tecnica. Serve agli individui, è il mezzo in cui si esprime la loro forma di vita e dalle loro esigenze vitali prende forma».

La sua ipotesi di «autocostruzione» di edifici e città non rende superflua la figura del tecnico, dell’esperto?

«La città non è semplicemente un hardware. Ciò che conta è il software. L’architettura fornisce un hardware che deve essere il più possibile interattivo, pronto ad aggiornarsi continuamente. Gli individui lo aggiornano secondo progetti embrionali piuttosto che razionali. Perciò l’urbanista, l’urban designer si trova in difficoltà: non potrà mai prevedere gli atti della gente. Il design di un oggetto è affare di chi ne fa uso. Il disegno di una città, il suo volto è definito dai cittadini che, soprattutto a piedi, liberi dai vincoli di traffico, ci si muovono dentro. I percorsi di un pedone sono imprevedibili, ma è lungo gli itinerari pedonali che si disegnano le mappe sociali ed economiche di una città».

Ma i bisogni, i desideri dei singoli individui non saranno troppo diversi per dar luogo a un ordine sociale? Qualcuno dovrà pur governarli…

«L’abitante agisce nello spazio per prova ed errore. In casa propria sistema il tavolo in una certa posizione, poi, secondo l’uso che ne fa, magari lo sposta e gli trova una collocazione migliore. Di certo non disegna sulla carta una piantina. Progetti troppo rigidi riescono poco confortevoli all’individuo. Chi abita una casa, una città, deve lasciarvi la sua impronta».

In fondo non è sempre stato così? L’architettura, anche se intesa come forma d’arte, si emancipa più in fretta che la pittura o la letteratura dal suo autore. Un edificio, sia pure una grande opera, appartiene sempre a chi ne fa uso, e magari ne ignora l’autore…

«Anche quando vi sia un grande autore, un’architettura senza fruitore è senza significato: è una “rovina”. L’uso che se ne fa ne determina il senso. Sul sito romano di Arles è sorta una città medievale: case, chiese, torri. La struttura è la stessa. Una costruzione non è un oggetto ma un processo. Un buon edificio è un patchwork».

Sarà bello?

«La sua qualità estetica non sarà il primo problema degli abitanti. Ma il suo “disordine ordinato” - così il titolo del libro cui sto attualmente lavorando, uscirà l’anno prossimo - è l’espressione autentica di uno stile».

E un’architettura tanto mutevole, l’architettura di quella che lei chiama «la città mobile», sarà ecologica?

«Se dettata da urgenze reali, si atterrà a un principio di economia. E l’attitudine a economizzare in genere è oggi considerata ecologica».